
Beverly Wescott, secondo violino della BBC National Orchestra & Chorus of Wales, saluta la Principessa Diana dopo un concerto.
Wescott: "Il mio violino, che ha 41 anni, è stato realizzato per me da Wanna Zambelli, maestra alla Scuola Internazionale di Liuteria di Cremona e prima liutaia italiana". Foto: © Archivio Beverly Wescott

a cura di Sofonisba Moretti
Milano, 2025
"Lavorare con amore?... / Il lavoro è amore rivelato. / Se non potete lavorare con amore, ma esso vi ripugna, / lasciatelo, meglio è sedere alla porta del tempio / per ricevere elemosine da chi lavora con gioia".
Gibran Kahlil Gibran, poeta e pittore libanese
Estratto del libro «Wanna Zambelli. Pioniera e maestra nella liuteria classica» di Sofonisba Moretti, Laura Pazzaglia e Ludovica Palmieri. Milano, 2025

L’analisi della liuteria contemporanea a Cremona non può prescindere dalla figura di Wanna Zambelli, maestra liutaia la cui traiettoria professionale rappresenta un ponte fondamentale tra la rinascita della tradizione classica nella seconda metà del Novecento e l'attuale consolidamento di Cremona come centro di eccellenza mondiale. Inserendosi in un contesto storico in cui la costruzione degli strumenti ad arco stava riscoprendo i propri fondamenti filologici, Zambelli ha saputo coniugare una rigorosa disciplina tecnica con un impegno istituzionale volto alla salvaguardia e alla trasmissione del "saper fare" liutario. La sua attività, iniziata alla fine degli anni Sessanta, si colloca in un periodo di profonda trasformazione per la città, passando da una realtà artigianale di nicchia a un sistema complesso e globalizzato.
L'ingresso di Wanna Zambelli nel mondo della liuteria avviene nel 1968, un anno di per sé simbolico, ma che per la liuteria cremonese rappresentava ancora una fase di incertezza. A quell'epoca, la Scuola Internazionale di Liuteria «Antonio Stradivari» era una realtà molto diversa da quella odierna: le classi erano composte da un numero esiguo di studenti e l'ambiente era caratterizzato da una dimensione quasi familiare. Zambelli ricorda come la scelta di intraprendere questa carriera fosse insolita, specialmente per una donna che non proveniva da una famiglia di liutai o musicisti professionisti. Questa rottura con la tradizione familiare è un elemento distintivo che sottolinea una vocazione pura, alimentata non dall'eredità biologica, ma dalla fascinazione per la materia e la forma.
Durante i suoi anni di studio presso la scuola, Zambelli ha avuto come primo maestro Pietro Sgarabotto, una figura che incarnava la liuteria "all'antica", basata su una disciplina rigorosa e su un apprendimento lento e meditativo. La pedagogia di Sgarabotto, pur essendo legata a una visione tradizionale, ha fornito le basi tecniche necessarie per comprendere la resistenza del legno e la precisione del taglio. Tuttavia, è l'incontro con Francesco Bissolotti che segnerà definitivamente il suo percorso. Bissolotti, già allora impegnato nel recupero della metodologia stradivariana originale, è divenuto il suo mentore principale, introducendola a una visione della liuteria che superava la semplice costruzione per diventare ricerca storica e acustica.
Il 1972 rappresenta l'anno di svolta non solo per Wanna Zambelli, ma per l'intera comunità liutaria di Cremona. In quell'estate, l'italo-americano Simone Fernando Sacconi, considerato il più grande esperto e restauratore di strumenti antichi del XX secolo, giunse a Cremona per ultimare il suo trattato monumentale, I "segreti" di Stradivari. Già da qualche anno Sacconi aveva scelto il laboratorio di Francesco Bissolotti come sua base operativa estiva, creando un ambiente di fermento intellettuale e tecnico senza precedenti. Zambelli, fresca di diploma e operante nel laboratorio di Bissolotti, si trovò al centro di questo processo creativo e scientifico.
La partecipazione di Zambelli alla fase finale della stesura del libro di Sacconi non fu un semplice atto di assistenza, ma un'immersione profonda in una metodologia che stava riscrivendo la storia dell'arte liutaria. Sacconi cercava di dimostrare che la grandezza di Stradivari non risiedeva in formule magiche o sostanze esoteriche, ma in un sistema coerente di proporzioni geometriche, nell'uso della forma interna e in una comprensione chimico-fisica delle vernici e dei trattamenti del legno. Zambelli assistette alle prove di stampa e partecipò alle discussioni tecniche, assorbendo una filosofia del lavoro che privilegiava la semplicità dei mezzi naturali rispetto alle complessità industriali che avevano inquinato la liuteria nel XIX secolo.
Uno degli ambiti di ricerca più intensi condivisi con Sacconi fu lo studio delle vernici. L'obiettivo era recuperare la trasparenza, la flessibilità e la capacità di rifrazione della luce tipica degli strumenti classici cremonesi. Le sperimentazioni condotte in quegli anni portarono all'uso di resine naturali e a trattamenti della tavola armonica e del fondo a base di sostanze minerali, volti a proteggere il legno senza soffocarne le proprietà acustiche. Questa ricerca della "semplicità perduta" divenne un pilastro della produzione di Zambelli, che ancora oggi segue i precetti appresi durante quei mesi estivi del 1972.
La tecnica costruttiva di Wanna Zambelli si fonda rigorosamente sull'uso della forma interna, un metodo che distingue la scuola cremonese classica dalle tecniche di stampo francese o industriale. La forma interna agisce come un'impalcatura temporanea attorno alla quale vengono piegate le fasce, garantendo una coerenza strutturale che permette tuttavia una certa libertà interpretativa nella costruzione dello strumento.
Il processo di creazione inizia con una selezione meticolosa dei legni. Per la tavola armonica, la preferenza cade sull'abete rosso della Val di Fiemme, noto per la regolarità delle sue venature e la risposta elastica. Per il fondo, le fasce e la testa, Zambelli utilizza l'acero marezzato, spesso proveniente dai Balcani, scelto sia per le sue proprietà riflettenti che per la resistenza meccanica.
La lavorazione è interamente manuale. Dalla sgrossatura delle tavole con le sgorbie alla rifinitura delle bombature con le pialle a pollice, ogni gesto è volto a cercare l'armonia delle linee. Come sottolineato nella filosofia della scuola cremonese, l'armonia non è un semplice risultato di misurazioni fisse, ma è essa stessa a influenzare le proporzioni e, di conseguenza, le misure. Questo approccio organico permette a Zambelli di interpretare i modelli dei grandi maestri – Stradivari e Guarneri del Gesù – senza ridurli a semplici copie, infondendo in ogni strumento una personalità riconoscibile.
La determinazione degli spessori della tavola e del fondo è il momento in cui la competenza acustica della liutaia emerge con maggiore forza. Attraverso il "tap tuning" (l'ascolto delle note di percussione delle tavole libere) e la verifica tattile della flessibilità del legno, Zambelli decide dove rimuovere materiale per ottimizzare la risonanza dello strumento. Questo processo richiede un'esperienza pluridecennale, poiché ogni pezzo di legno risponde in modo differente in base alla densità e alla stagionatura.
A partire dal 1974, Wanna Zambelli ha ricoperto il ruolo di docente di laboratorio pratico presso la Scuola Internazionale di Liuteria di Cremona. Questo incarico la pone in una posizione di primaria importanza nella trasmissione transgenerazionale della conoscenza liutaria. Durante la sua carriera didattica, ha formato centinaia di liutai provenienti da ogni parte del mondo, contribuendo a diffondere il metodo cremonese a livello globale.
Zambelli ha vissuto in prima persona l'evoluzione della scuola: dai tempi in cui gli allievi erano pochi e le risorse limitate, all'attuale configurazione di istituto di fama internazionale. La sua presenza ha garantito la continuità di un insegnamento basato sulla manualità pura, in un'epoca in cui le tecnologie digitali e la meccanizzazione hanno iniziato a influenzare anche i settori dell'artigianato artistico. Per Zambelli, l'insegnamento non riguarda solo la tecnica costruttiva, ma anche la trasmissione di una passione e di un'etica del lavoro che vede nel liutaio un custode della cultura musicale.
L'esperienza di Wanna Zambelli è significativa anche dal punto di vista sociologico, essendo stata una delle prime donne a imporsi in un ambito professionale storicamente dominato dagli uomini. La sua carriera ha aperto la strada a generazioni successive di liutaie, dimostrando che la sensibilità estetica e la precisione manuale richieste dalla costruzione degli strumenti ad arco non hanno barriere di genere. Il suo impegno costante ha contribuito a normalizzare la presenza femminile nelle botteghe e nelle istituzioni liutarie di Cremona.

Violini appesi sull’altana del maestro liutaio Francesco Bissolotti a Cremona nella cui bottega Wanna Zambelli ha perfezionato la propria preparazione post-diploma dal 1972 al 1975. Foto: © Ezio Quiresi, Cremona (Archivio Zambelli)
Cremona, città intrisa di storia e melodia, è universalmente riconosciuta come la culla della liuteria, un'arte secolare che ha consegnato all'immortalità figure leggendarie come Antonio Stradivari e Giuseppe Guarneri del Gesù. In questo contesto di eccellenza artigianale, Wanna Zambelli – come si è detto – emerge come un personaggio di spicco nel panorama contemporaneo della liuteria cremonese. La sua storia è segnata da un primato significativo: è stata la prima donna italiana (terza nel mondo, dopo la svizzera Linda Hediger e la francese Claudie Biteur) a diplomarsi presso la Scuola Internazionale di Liuteria di Cremona, un traguardo che non solo testimonia la sua passione e dedizione, ma segna anche un momento cruciale nell'evoluzione di una professione tradizionalmente dominata dagli uomini.
Questo evento pionieristico avvenuto nel 1972 non rappresenta semplicemente un successo individuale, ma suggerisce un cambiamento graduale nelle dinamiche di genere all'interno del mondo della liuteria cremonese, aprendo la strada a future generazioni di donne desiderose di intraprendere questa nobile arte.
Il fatto che una donna italiana abbia dovuto attendere fino al 1972 per ottenere questo riconoscimento evidenzia come, per lungo tempo, la costruzione di strumenti musicali a Cremona sia stata un'attività prevalentemente maschile. Il diploma di Zambelli, pertanto, non è stato solo un risultato personale, ma un punto di svolta che ha contribuito a rendere la liuteria un campo più inclusivo.
Nata nel 1953 a Volongo (Cremona), il paese degli anni giovanili di Carla Fracci, Wanna Zambelli, ragazza dal carattere schivo e riservato, ha intrapreso il suo percorso nel mondo dei violini iscrivendosi alla Scuola di Liuteria nella città di Stradivari nel lontano 1968.
La sua decisione di dedicarsi a quest'arte si inserisce in un periodo in cui, come lei stessa ricorda, il panorama liutario cremonese era composto da un numero limitato di botteghe artigiane, con figure di spicco come i maestri Gio Batta Morassi, Francesco Bissolotti e Giorgio Cè tra i pochi ad aver aperto la propria attività. Inizialmente, a Cremona non esisteva nemmeno un conservatorio di musica, segno di una scena musicale e liutaria meno formalmente strutturata rispetto a quanto sarebbe diventata in seguito. La scelta di Zambelli di entrare in questo ambiente indica un forte interesse personale per la liuteria e una certa audacia nel perseguire una carriera in un campo con una presenza femminile allora ancora molto limitata. La crescita esponenziale della Scuola di Liuteria negli anni successivi, passando da una decina di allievi a un numero sempre maggiore, suggerisce che il successo di figure come Zambelli potrebbe aver contribuito ad accrescere la reputazione dell'istituzione e ad attrarre sempre più aspiranti liutai, sia uomini che donne.

Carla Fracci e Beppe Menegatti novelli sposi all'uscita dalla chiesa parrocchiale di Volongo (Cremona) il 7 ottobre 1964. Il matrimonio si è svolto nel paese di origine di Santina Rocca Fracci, madre di Carla, e dove Carla ha trascorso anni felici della sua giovinezza. Foto: Archivio Zambelli

Durante i suoi anni di formazione, Zambelli ha avuto l'opportunità di studiare sotto la guida del maestro liutaio Pietro Sgarabotto, un "maestro all'antica" come lei stessa lo ha definito. Essere allieva di un maestro stimato come Sgarabotto l’ha inserita direttamente nella linea di successione della tradizione liutaria cremonese e le ha fornito una solida base di conoscenze tecniche.
Dopo il diploma del 1972, il percorso professionale di Wanna Zambelli è proseguito con una esaltante esperienza nella bottega del maestro liutaio Francesco Bissolotti. Lavorare al fianco di Bissolotti ha rappresentato una fase cruciale per affinare ulteriormente le sue competenze pratiche e approfondire la sua comprensione del metodo classico cremonese. Questa collaborazione post-diploma evidenzia l'importanza dell'esperienza pratica e del tutoraggio nel perfezionamento dell'arte liutaria, un aspetto che va oltre l'istruzione formale ricevuta a scuola.
Un apprendistato duro quello di Zambelli, certamente, ma dai risvolti affascinanti, che l’ha portata a innamorarsi della liuteria e a esprimersi ad altissimo livello nel suo lavoro. Con il metodo classico cremonese (basato principalmente sull’uso della «forma interna» e sulla filettatura a cassa chiusa) ha costruito violini, viole e violoncelli ispirandosi ai modelli dei grandi maestri: Antonio Stradivari, Giuseppe Guarneri del Gesù, Gasparo da Salò, Carlo Testore e Camillo Camilli. Forma interna per la costruzione dello strumento ed esecuzione della filettatura a cassa chiusa sono tecniche che affondano le loro radici nella secolare tradizione liutaria cremonese. La scelta di Zambelli di seguire questo metodo riflette un profondo rispetto per l'eredità artigianale della sua città e un impegno per la realizzazione di strumenti di alta qualità. Oltre a seguire i modelli classici, Zambelli ha anche esplorato la creazione di modelli personalizzati. Questa apertura all'innovazione, pur nel rispetto della tradizione, dimostra una ricerca di equilibrio tra l'emulazione dei grandi maestri del passato e l'espressione di una propria voce artistica.
Proprio durante il periodo trascorso nella bottega di Bissolotti, Zambelli ha avuto il privilegio di incontrare e apprendere gli insegnamenti di uno dei più grandi liutai e restauratori moderni: il Maestro italo-americano Simone Fernando Sacconi. Sebbene Sacconi non sia stato un suo insegnante diretto presso la scuola, la sua influenza si è rivelata determinante. Le interazioni con Sacconi, in particolare la sua profonda conoscenza dei segreti costruttivi di Stradivari, hanno avuto un impatto significativo sull'approccio di Wanna Zambelli al metodo classico cremonese.
La possibilità di apprendere da Sacconi, che aveva dedicato la sua vita allo studio di Stradivari e dei grandi maestri classici, ha permesso a Zambelli di acquisire una prospettiva unica e di sviluppare una piena comprensione dell'arte liutaria. Questo legame con Sacconi, una figura di riferimento nel XX secolo, conferisce ulteriore autorevolezza al suo percorso e alle sue successive attività. Gli insegnamenti e i consigli di questo artigiano-artista le hanno consentito, infatti, non soltanto di entrare appieno nei segreti del metodo costruttivo artigianale ma anche di farne proprio il linguaggio espressivo.
Sacconi, autore del fondamentale testo «I 'segreti' di Stradivari» (una sorta di bibbia della liuteria), nell'estate e autunno del 1972 si trovava a Cremona proprio per ultimare la sua opera, offrendo a Zambelli un'esposizione diretta alle sue profonde intuizioni sul metodo costruttivo del sommo liutaio.
Questa interazione con Sacconi ha fornito a Wanna una comprensione impareggiabile delle tecniche classiche cremonesi e non è stata una semplice lezione formale; ha rappresentato la trasmissione non mediata di un saper fare liutario cremonese che, nel 2012, verrà poi riconosciuto dall'UNESCO come bene culturale immateriale dell'umanità. L'apprendistato diretto presso maestri che incarnano secoli di tradizione, come Sacconi che ha studiato a fondo i classici, infonde all'allievo conoscenze, tecniche e approcci filosofici autentici che non possono essere pienamente acquisiti da testi scritti. Questa linea di discendenza diretta assicura la continuità e l'autenticità del metodo cremonese, rendendo Zambelli non solo una praticante ma una custode vivente di questa eredità. Il suo successivo ruolo di insegnante, come verrà dettagliato, è un effetto diretto di questa profonda esperienza formativa, contribuendo a garantire la continuità della gloriosa tradizione artigianale cremonese.
Uno degli episodi più significativi raccontati da Wanna Zambelli risale a una mattina di inizio estate del 1972 nella bottega di Francesco Bissolotti a Cremona, quando ricevettero la visita quotidiana di Simone Fernando Sacconi, già anziano ma ancora lucidissimo.
Sacconi, figura mitica della liuteria mondiale, entrò in silenzio e si mise a osservare un violino quasi finito sul banco di Wanna. Lo prese con delicatezza, lo rigirò lentamente sotto la luce naturale e iniziò a fare piccole osservazioni:
‒ La curva della bombatura della tavola era “quasi perfetta”, ma poteva guadagnare in tensione visiva.
‒ Le effe erano ben tagliate, ma suggerì di “sentire” la loro vibrazione anche a occhio. Con “sentire” intendeva che l’occhio del liutaio deve cogliere la potenzialità vibrazionale di quelle curve: non basta verificarne l’architettura geometrica, ma occorre percepire (visivamente) l’energia sonora che quel disegno andrà a liberare.
‒ Il filetto della tavola era preciso, ma Sacconi sottolineò che “la precisione non basta, serve anche anima”.
Non erano critiche, ma consigli “da maestro a maestro in erba”. Bissolotti, che conosceva bene il carattere di Sacconi, rimase in silenzio, lasciando che fosse Wanna a dialogare. Lei, emozionata ma determinata, rispose punto per punto, spiegando le sue scelte costruttive con lucidità e passione. Sacconi sorrise, annuì, e concluse con una frase che Wanna ha sempre portato con sé: “Ricorda: la mano deve essere precisa, ma l’occhio dev’essere ancora più severo.” Fu un momento di passaggio simbolico: il riconoscimento implicito di Sacconi che quella giovane liutaia stava entrando a pieno titolo nella tradizione cremonese. Anni dopo, Wanna avrebbe raccontato quell’episodio ai suoi allievi alla Scuola di Liuteria, trasformandolo in una lezione di metodo e umiltà.
Un pomeriggio di luglio del 1972, mentre Zambelli stava lavorando una tavola di abete al banco da lavoro, Sacconi si avvicinò silenziosamente e, senza dirle una parola, le cambiò la lama del seghetto. Quando Wanna se ne accorse, lui le spiegò che quella lama più sottile avrebbe esaltato la venatura del legno senza scheggiarlo, un piccolo trucco derivato dalle sue ricerche su Stradivari. Ancora oggi Wanna lo cita come l’esempio perfetto di un insegnamento impartito più con il gesto che con la parola.
Fra altre attestazioni di stima, culminate nell’invito ad andare a New York a lavorare con lui presso la famosa casa di restauro Rembert Wurlitzer, in un giorno d’autunno del 1972, conversando con Bissolotti, Sacconi definì Zambelli una “liutaia dalle manine d’oro”. Insomma, Zambelli e Sacconi sono due figure centrali nella storia recente della liuteria, legate da un filo di maestria, memoria e tradizione cremonese.
Per lei, Sacconi ha lasciato un’eredità fatta di pazienza, lentezza, sensibilità nel lavoro e ricerca dell’equilibrio perfetto tra legno e vernice, valori che oggi difende e propugna come fondamentali anche per resistere alla pressione della produzione di massa.

Wanna Zambelli alla Scuola di Liuteria. Cremona, 1971. Sullo sfondo, il suo primo maestro Pietro Sgarabotto. Foto: © 1971 Archivio Zambelli
Il talento e la maestria di Wanna Zambelli sono stati riconosciuti precocemente quando, il 21 settembre del 1973, ha vinto la medaglia d'oro con targa al V Concorso Biennale Nazionale degli Strumenti ad Arco di Cremona. Il premio speciale ricevuto in quell'occasione portava l'incisione «S. F. Sacconi» e le fu conferito come migliore liutaia di età inferiore ai 30 anni da una Giuria internazionale presieduta dal grande esperto londinese Charles Beare, chiamato a sostituire Sacconi deceduto a New York il 26 giugno dello stesso anno. Questo prestigioso riconoscimento, ottenuto solo un anno dopo il diploma, testimonia l’eccezionale abilità di Wanna e la sua rapida ascesa nel mondo della liuteria. Un premio così importante all'inizio della carriera ha contribuito senza dubbio a consolidare la sua reputazione all'interno della comunità liutaria e le ha aperto nuove opportunità professionali. Tuttavia, seguendo l'esempio del suo "maestro" Sacconi, ha deciso in seguito di astenersi dal partecipare a qualsiasi competizione liutaria.
Questa scelta suggerisce un possibile cambiamento nella sua filosofia professionale, spostando l'attenzione dal riconoscimento competitivo ad altri aspetti della sua carriera, come l'insegnamento e la salvaguardia del metodo tradizionale. Riflette anche una visione secondo cui la vera maestria artigianale si misura attraverso la dedizione al lavoro e la trasmissione del sapere, piuttosto che attraverso la competizione.
Qualche anno dopo Wanna Zambelli ha ricevuto l'ambito «Premio Nazionale dell’Artigianato» istituito dall’Unione Nazionale dei Soroptimist Club d’Italia e, nel 1989, il Premio «La Gentil Impresa» conferitole dalla CNA della Lombardia.
Pur costruendo prevalentemente strumenti su commissione di musicisti, la sua abilità artigianale è riconosciuta anche nel mercato internazionale. Un esempio significativo è un violino moderno italiano, etichettato «Wanna Zambelli / Cremonese / fece Cremona 1983», che è stato venduto presso Christie's, una delle più prestigiose case d'asta. La descrizione dettagliata di questo strumento – modello personale (cm. 35,7), costruito interamente a mano secondo il metodo classico cremonese o forma interna, con fondo in un sol pezzo, fasce e testa in acero dei Balcani con bella marezzatura, tavola di abete italiano a fibre regolari, vernice in origine di colore rosso-arancione – evidenzia le qualità estetiche e materiali distintive del suo lavoro. La vendita di un violino di Zambelli in un contesto così rinomato convalida la sua maestria. Mentre Cremona è celebre per i suoi maestri antichi come Stradivari e Guarneri, la presenza nel 1983 di un "violino italiano moderno" di Zambelli in una casa d'aste di prestigio dimostra che la moderna liuteria cremonese non è solo un esercizio accademico, ma produce strumenti di riconosciuto valore commerciale e artistico. Ciò indica un mercato sano e attivo per i nuovi strumenti realizzati nello stile tradizionale, suggerendo che l'eredità di Cremona non è solo una conservazione storica, ma una produzione vibrante e vivente. Questo implica una domanda contenuta ma continua per strumenti che incarnano il metodo classico, anche se non secolari. E questo al di là delle contraffazioni e falsificazioni che pure affliggono ormai da anni la città di Stradivari.
L'influenza di Wanna Zambelli come insegnante è stata riconosciuta anche formalmente nel 2015, quando l'ANLAI (Associazione Nazionale Liuteria Artistica Italiana) le ha conferito il Premio «Una vita dedicata alla musica e alla liuteria», in riconoscimento del suo ruolo di "docente e formatrice di giovani liutai".
La rapida transizione di Wanna da studentessa a insegnante e la sua successiva dedizione all'educazione di numerosi allievi evidenziano un ruolo cruciale che va oltre quello di una semplice artigiana. Ella agisce come un canale vitale per la trasmissione della conoscenza altamente specializzata della liuteria cremonese. La sua profonda comprensione, acquisita in linea diretta da maestri come Sgarabotto, Bissolotti e Sacconi, le ha consentito di trasferire efficacemente questa conoscenza complessa, spesso tacita, alle nuove generazioni.
Il suo ruolo di "formatrice" ha contribuito direttamente alla continuità e alla diffusione globale della liuteria cremonese.
Nel 2012, il riconoscimento UNESCO dell'artigianato tradizionale del violino cremonese come patrimonio culturale immateriale dell'umanità ha fornito un contesto più ampio per la rilevanza del suo lavoro, poiché Zambelli è un'incarnazione vivente e un'attiva perpetuatrice di questo patrimonio.
Ciò dimostra che la vitalità di un patrimonio culturale non dipende solo dalle figure storiche, ma anche dai praticanti contemporanei che si impegnano per la sua continuità, documentazione e trasmissione.
La vita e il lavoro di Wanna Zambelli esemplificano la dedizione necessaria per mantenere e far evolvere un mestiere secolare nell'era moderna e rafforzano lo status di Cremona come centro vivente della liuteria, non solo come museo storico.
Wanna, inoltre, è stata coinvolta in progetti come il Registro delle Eredità Immateriali della Lombardia (R.E.I.L), portando un contributo fattivo alla documentazione e alla conservazione della liuteria tradizionale cremonese. Al riguardo, qui la video intervista che le ha fatto Fulvia Caruso, docente al Dipartimento di Musicologia e Beni Culturali dell'Università di Pavia, sede di Cremona: Liuteria cremonese. Maestri. Wanna Zambelli

La liutaia Wanna Zambelli riceve dal Sindaco di Cremona Sen. Emilio Zanoni la medaglia d’oro con targa del Premio «Simone Fernando Sacconi» alla V Biennale Nazionale degli Strumenti ad Arco. Cremona, 21 settembre 1973. Foto: © 1973 Archivio Zambelli
A partire dal novembre 1974, Wanna Zambelli ha intrapreso una lunga e significativa carriera come insegnante di laboratorio pratico presso la Scuola Internazionale di Liuteria di Cremona.
Il suo impegno nell'insegnamento per diversi decenni (dal 1974 al 2018) dimostra una profonda dedizione alla trasmissione delle conoscenze e delle competenze nel solco della tradizione liutaria cremonese. Il suo ruolo di educatrice ha avuto un impatto notevole sulla formazione di centinaia di studenti provenienti da ogni parte del mondo, i quali la ricordano con affetto per la sua grande umanità e la sua costante presenza.
Nei loro curricula, i suoi allievi le attribuiscono il merito di aver migliorato il loro stile e le loro tecniche di costruzione. Questa testimonianza sottolinea non solo la competenza tecnica di Wanna, ma anche le sue qualità umane e la sua capacità di ispirare e guidare i suoi allievi. La sua esperienza come liutaia praticante ha arricchito il suo modo di insegnare, fornendo agli studenti preziose intuizioni sul mondo reale della costruzione di strumenti. Allo stesso modo, l'atto di insegnare ha ulteriormente consolidato la sua padronanza dell'arte. Il fatto che studenti da tutto il mondo abbiano beneficiato del suo insegnamento evidenzia la portata globale dell'influenza della liuteria cremonese e il ruolo cruciale che docenti come Zambelli svolgono nel diffondere queste competenze uniche a livello internazionale.
Come si è detto, un aspetto fondamentale dell'impegno di Wanna Zambelli è la sua dedizione alla salvaguardia del metodo classico cremonese di costruzione del violino. Nel 1980, ha collaborato con il maestro Bissolotti e altri liutai dell'Aclap (Associazione Cremonese Liutai Artigiani Professionisti) alla realizzazione della mostra «Liuteria classica: un metodo. Stradivari e la Scuola cremonese». Questa iniziativa dimostra un impegno collettivo da parte di un gruppo di liutai cremonesi nel salvaguardare e promuovere le loro tecniche tradizionali, sottolineando l'importanza di preservare il loro patrimonio artigianale di fronte all'evoluzione delle pratiche e a potenziali dannose influenze esterne.
La creazione di Aclap e progetti come questa mostra itinerante (30 allestimenti di successo in Italia, in Europa e nel mondo dal 1980 al 1989, a partire dal Teatro alla Scala) riflettono un consapevole sforzo della comunità liutaria cremonese per mantenere l'integrità e l'autenticità di questa arte antica e rinomata. La mostra «Liuteria classica: un metodo» ha rappresentato un importante strumento educativo sia per gli aspiranti liutai che per il pubblico in generale, sensibilizzando e accrescendo l'apprezzamento per la complessità e la raffinatezza del metodo classico cremonese. La partecipazione di Zambelli a questa iniziativa sottolinea la sua totale adesione a queste tecniche tradizionali.
Nella sua attività di costruzione di strumenti la nostra liutaia, oltre a seguire rigorosamente il metodo classico cremonese, privilegia da sempre il rapporto personale e diretto col musicista.




Dall'alto: Catalogo della mostra Aclap «Liuteria classica: un metodo. Stradivari e la Scuola cremonese», realizzata dal maestro liutaio Francesco Bissolotti insieme a Wanna Zambelli e ad altri liutai dell'Aclap. La prima edizione della mostra è stata allestita nel Ridotto dei Palchi del Teatro alla Scala dal 7 maggio al 10 agosto 1980, con la straordinaria sezione: «Otto capolavori della liuteria classica cremonese», strumenti antichi concessi dal Comune di Cremona e da grandi collezionisti privati, fra i quali Enrico Costa di Genova. Nelle foto a seguire: scorci della mostra al Comune di Parigi, una delle 30 edizioni presentate in Italia e in Europa dal 1980 al 1989.

Da sinistra nella foto: La liutaia Wanna Zambelli, il collezionista genovese Enrico Costa (in abito scuro), il maestro liutaio Francesco Bissolotti e l'Assessore alla Cultura della Provincia di Cremona Archimede Cattaneo, nella «Bottega del liutaio» della mostra Aclap «Liuteria classica: un metodo. Stradivari e la Scuola cremonese» allestita nelle sale del Museo «Sant’Agostino» di Genova nell'ambito delle Celebrazioni del Bicentenario della nascita di Niccolò Paganini inaugurate dal Presidente della Repubblica Sandro Pertini (Genova, 29 ottobre 1982). Foto: © 1982 Ezio Quiresi, Cremona

Al centro nella foto: Il Presidente della Repubblica Sandro Pertini inaugura la mostra Aclap «Liuteria classica: un metodo. Stradivari e la Scuola cremonese» nelle sale del Museo «Sant’Agostino» di Genova nell'ambito delleCelebrazioni del Bicentenario della nascita di Niccolò Paganini (Genova, 29 ottobre 1982). Foto: © 1982 Ezio Quiresi, Cremona

Wanna Zambelli (in prima fila, in maglietta scura) con i suoi allievi nell'ultimo giorno di insegnamento, dopo ben 44 anni, alla Scuola Internazionale di Liuteria «Antonio Stradivari». Cremona, 28 giugno 2018. Foto: © 2018 The Strad, Londra, a corredo del servizio «Female luthiers: And justice for all?» by Femke Colborne, November 2018.
by Femke Colborne
The Strad, London
First edition November 2018
Second edition March 2022
La linea di lavoro, di ricerca culturale e di contatti, fondata e sviluppata negli anni Settanta e Ottanta del Novecento dall’Aclap sul rapporto diretto liutaio-musicista, ha dato frutti copiosi. Sono frutti che interessano tutta la città di Cremona poiché l’effetto complessivo della linea assunta – che attenua l’intervento negoziale a favore del rapporto diretto fra liutaio e musicista – non può che trasformarsi in un dono di accoglienza personale per l’ospite illustre che ci arricchisce della sua presenza e del suo talento.
Un momento essenziale, entro questa prospettiva di lavoro, lo si è vissuto allorché, nell’ottobre del 1983, si sono incontrati nella bottega del maestro liutaio Francesco Bissolotti alcuni grandi interpreti: Salvatore Accardo, Bruno Giurannae Rocco Filippini. In un’atmosfera di simpatia e di sincera cordialità, gli strumenti di Bissolotti, dei suoi figli e di Wanna Zambellisono passati di mano in mano in rapidi scambi di opinioni e in brillanti collaudi.
Questo felice momento di confronto sulla qualità estetica e acustica degli strumenti è diventato poi il tema di un servizio che la Rete 1 della RAI ha girato direttamente nella bottega, dove Salvatore Accardo è stato intervistato sulla viola speciale a cinque corde che Bissolotti ha costruito appositamente per lui e dove lo stesso Accardo ha presentato, con una breve prova acustica, un apprezzato violino diWanna Zambelli.
Da questo clima di reciproca stima e di intensa collaborazione ha trovato ulteriore impulso il rapporto diretto fra la Zambelli e il violoncellista svizzero Rocco Filippini. Un allievo di Filippini aveva da poco ricevuto il violoncello che aveva ordinato a suo tempo alla nostra liutaia; Filippini stesso aveva avuto la possibilità di provare e di apprezzare uno strumento costruito da Wanna per un concertista milanese, per cui è apparso quasi naturale che il grande violoncellista cercasse di realizzare attraverso Wanna il suo desiderio di sperimentare in concerto uno strumento moderno, capace di soddisfare le esigenze di un interprete solista. È nata così l’ordinazione di un violoncello che Filippini ha usato personalmente, alternando il classico antico con il “classico” moderno. “Quasi certamente – ci confida Wanna – il mio miglior violoncello l’ho fatto nel 1984 per il maestro Filippini; aveva visto un mio strumento, gli era piaciuto, allora è venuto nel mio laboratorio, abbiamo scelto il legno insieme e lui ha seguito tutte le fasi di lavoro. C’è voluto parecchio tempo per costruirlo, però è riuscito bene e lui è rimasto molto soddisfatto”.
Altra testimonianza, fra le tante, è il violino costruito da Wanna Zambelli nel 1985 per Beverley Wescott, affermata interprete nell’organico della BBC National Orchestra and Chorus of Wales.
Da questo rapporto diretto e vivo fra la personalità del liutaio e quella del musicista, fra il lavoro di costruzione e quello di esecuzione e di interpretazione musicale, ha preso le mosse il naturale sviluppo moderno della liuteria classica e ogni serio discorso di sperimentazione creativa.
Questa scelta tecnica e professionale posiziona Zambelli come una custode dell'autentica tradizione cremonese, contribuendo a mantenere le caratteristiche uniche e gli elevati standard qualitativi dei violini di questa scuola.

Il grande violoncellista Rocco Filippini. Wanna Zambelli: "Quasi certamente il mio miglior violoncello l’ho costruito nel 1984 per il maestro Filippini; aveva visto un mio strumento, gli era piaciuto, allora è venuto nel mio laboratorio, abbiamo scelto il legno insieme e lui ha seguito tutte le fasi di lavoro. C’è voluto parecchio tempo per farlo, però è riuscito bene e lui è rimasto molto soddisfatto." Foto: © 2009 Cosimo Filippini, Milano

Particolare della tavola del violoncello costruito da Wanna Zambelli nel 1984 per il famoso concertista Rocco Filippini. Foto © 1984 Mino Boiocchi, Cremona
In collaborazione fra l'Associazione Teatrale Pistoiese e l'Aclap (Associazione Cremonese dei Liutai Artigiani Professionisti), il 2 aprile 1985 al Teatro Comunale «Alessandro Manzoni» di Pistoia si è tenuto un eccezionale concerto del Lindsay String Quartet.In una sala gremita il famoso quartetto inglese ha suonato il primo tempo con tre strumenti di Antonio Stradivari e un violoncello di Francesco Ruggeri; il secondo tempo con violini e viola di Francesco Bissolotti e violoncello di Wanna Zambelli per dimostrare la continuità, ideale e nel tempo, della scuola classica cremonese.
Il quartetto si è esibito per la prima volta alla Royal Academy of Music di Londra nel 1965 per partecipare a un premio e si è proposto di fare dei quartetti d'archi di Béla Bartók e Ludwig van Beethoven il fulcro del proprio repertorio.
Nel 1967, ha ottenuto la borsa di studio Leverhulme presso la Keele University e, nel 1970, ha cambiato il nome da Cropper a Lindsay String Quartet, in onore di Lord Lindsay, fondatore della Keele University. Nel 1984, il quartetto ha vinto il Gramophone Award per i Quartetti di Beethoven.
Nel 1974, il Lindsay è diventato Quartetto in Residenza presso l'Università di Sheffield e cinque anni dopo ha ricoperto un incarico analogo presso l'Università di Manchester, dove si è esibito regolarmente in stagioni concertistiche, ha diretto seminari e insegnato a gruppi da camera. Per molti anni ha suonato in un festival allo Studio Theatre del Crucible Theatre di Sheffield e ha viaggiato in tutto il mondo riscuotendo grande successo e vasta notorietà. Nel 2005, dopo 39 anni, ha annunciato il suo ritiro con una serie di concerti d'addio culminati in quattro esibizioni finali a Sheffield (città natale), nel luglio dello stesso anno. Formazione: Peter Cropper (primo violino); Michael Adamson (secondo violino, 1965–71); Ronald Birks (secondo violino, 1971–2005); Roger Bigley (viola, 1965–85); Robin Ireland (viola, 1985–2005); Bernard Gregor-Smith (cello).
Al Teatro Manzoni, come da programma, il quartetto op. 18 n. 4 di Ludwig van Beethoven e il quartetto op. 80 di Felix Mendelssohn sono stati eseguiti su strumenti antichi (violini e viola Stradivari e violoncello Ruggeri); mentre il quartetto op. 33 n. 2 di Franz Joseph Haydn su strumenti moderni costruiti dai maestri liutai cremonesi Francesco Bissolotti (violini e viola) e Wanna Zambelli (violoncello).
Questo concerto, così come gli incontri di Bissolotti e Zambelli con Salvatore Accardo, Uto Ughi, Bruno Giuranna e Rocco Filippini, conferma come la relazione tra liutaio e musicista sia intrinsecamente simbiotica, un dialogo continuo che ha plasmato l'evoluzione della musica e degli strumenti stessi. Il musicista, per esprimere la propria arte e realizzare la propria visione sonora, necessita di uno strumento che sia più di un semplice oggetto; deve essere una "prosecuzione di sé stesso”, un veicolo che amplifichi le sue intenzioni ed emozioni, permettendogli di tradurre idee astratte in suono tangibile.
Questa profonda connessione implica che le qualità timbriche, la risposta e la suonabilità dello strumento influenzino direttamente la tecnica e l'espressività dell'esecutore.
D'altra parte, il liutaio, per creare strumenti di eccellenza, deve comprendere le esigenze e le preferenze acustiche dell'esecutore, collaborando strettamente per personalizzare e customizzare lo strumento secondo le sue esigenze. Questa interdipendenza si manifesta nella creazione di strumenti che non sono solo oggetti funzionali, ma vere e proprie opere d'arte, la cui "voce" è il risultato della sinergia tra la potenzialità sonora intrinseca del legno e l'abilità, l'intuizione e la cura del liutaio.
Il liutaio non è un semplice artigiano e il musicista non è solo un esecutore. Il legno possiede una "potenzialità del suono" che il liutaio "rivela" e "plasma" per creare uno strumento. Questo processo va oltre la mera lavorazione: è un atto di trasformazione della materia in qualcosa che ha una "voce" e che il musicista percepisce come sua. La liuteria agisce come un ponte, un'interfaccia tra il mondo fisico e quello spirituale o emotivo. Il liutaio, attraverso la sua maestria e la sua profonda conoscenza del legno, estrae e modella l'anima sonora della materia, rendendola disponibile per l'espressione artistica del musicista. Questo eleva il rapporto a un livello quasi metafisico, dove la creazione materiale diventa un catalizzatore per l'espressione immateriale. Insomma, il rapporto fra liutaio e musicista vive in un’interazione continua e cruciale.

Il Lindsay String Quartet in concerto al Teatro Manzoni di Pistoia il 2 aprile 1985 con violini e viola di Francesco Bissolotti e violoncello di Wanna Zambelli. Foto: © 1985 Archivio Zambelli
Nel quadro delle manifestazioni indette dal Comune di Cremona nel 1987 per celebrare il 250° anniversario della morte di Antonio Stradivari è venuto a collocarsi l’originale progetto della CNA denominato «Omaggio a Stradivari. Un violino per un concerto».
Originale perché unica nel suo genere, questa iniziativa ha inteso rendere omaggio alla figura del più grande genio liutario attraverso la valorizzazione della moderna liuteria cremonese di qualità e la promozione delle capacità creative e artistiche di giovani artigiani liutai cremonesi, in parallelo all’opera preziosa svolta – sul piano musicale – dalla Fondazione «Walter Stauffer» di Cremona e dai maestri degli omonimi Corsi di perfezionamento (Accardo, per il violino; Giuranna, per la viola; Filippini, per il violoncello; Petracchi, per il contrabbasso).
Il progetto, concepito come momento di incontro fra giovane liutaio e giovane violinista, si è articolato in tre fasi distinte. La prima ha coinciso con l’individuazione del violino vincitore dell’apposito Concorso liutario ad opera di una prestigiosa Giuria, presieduta da Salvatore Accardo e composta da Andrea Mosconi, Conservatore dei Beni Liutari della Città di Cremona, e dai maestri liutai Francesco Bissolotti, Giancarlo Guicciardi, Wanna Zambelli e Giorgio Cè.
Loeiz Honoré, 27 anni, francese residente in provincia di Cremona, autore del miglior strumento fra quelli esaminati dalla Giuria, è stato poi premiato nel corso di una cerimonia ufficiale svoltasi nel Palazzo Comunale di Cremona, presenti il Sindaco Renzo Zaffanella e una folta rappresentanza di operatori del settore, delle istituzioni e del mondo culturale cremonesi. Oltre ad un cospicuo premio in denaro, al giovane liutaio è andata la soddisfazione di vedere il proprio violino riconosciuto in dono al violinista Massimo Quarta, 22 anni, leccese, uno dei migliori allievi dei Corsi di perfezionamento in violino tenuti in Cremona dal maestro Accardo. Oggi Massimo Quarta è un concertista affermato a livello internazionale.
Giunti alla tappa finale, il concerto del violinista Quarta (accompagnato al pianoforte dalla sorprendente Stefania Redaelli), con lo strumento del liutaio Loeiz, il 28 settembre 1988 ha riscosso vivo successo nella splendida cornice di Palazzo Martini a Cremona.


Wanna Zambelli al banco da lavoro. Foto: © 1989 «Artigianato e Piccola Impresa», Periodico bimestrale del Comitato Regionale Lombardo della CNA. Milano, dicembre 1989.
L’eredità del grande maestro italo-americano raccolta dagli artigiani di oggi: «Ha fatto rinascere l’artigianato artistico»
di Nicola Arrigoni
La Provincia, quotidiano di Cremona, 27 giugno 2023
«Per dirla con il linguaggio dei ragazzini di oggi: Sacconi è stato un grande! Ha rimesso al centro della nostra moderna civiltà industriale il valore della creatività del lavoro artigiano, ha rimesso al centro il valore della pazienza e della cura nel lavoro, ha rimesso al centro la passione e il desiderio di far bene le cose. Gli ottimi liutai che lavorano oggi a Cremona dovrebbero guardare a lui con gratitudine». Così Wanna Zambelli – in un passaggio del suo ricordo del maestro Fernando Sacconi nel cinquantesimo della morte – ha voluto sottolineare l’eredità del maestro liutaio che nel fine settimana è stato ricordato in due giorni intensi di confronto, coinvolgendo ex colleghi, ex allievi e la comunità liutaria, riuniti al Museo del Violino. A organizzare l’iniziativa «Una vita per Stradivari» è stata Wanna Zambelli insieme a Vinicio Bissolotti che a vario titolo e in occasioni diverse ebbero modo di conoscere Sacconi.
Maestro e allievi
La giornata di studi di sabato 24 giugno 2023 e la presentazione del volume «Simone Fernando Sacconi. Liutaio, restauratore ed esperto fra i massimi del Novecento» – domenica mattina – hanno voluto rendere omaggio a un grandissimo cui si deve la passione, il magistero e la determinazione gentile di far rinascere la liuteria, nel solco della grande tradizione cremonese di Stradivari. «Sono stati in tanti a partecipare alle iniziative per il cinquantesimo della morte di Sacconi – commenta Zambelli –, credo che il maestro ne sarebbe stato felice e onorato. Io da sua allieva un po’ sui generis, allieva in quelle estati passate in bottega da Bissolotti, mi sono sentita in dovere di dimostrare la mia gratitudine, ricordandone la lezione che ha intessuto la mia vita di liutaia e di insegnante». Nel racconto di Vinicio Bissolotti offerto nel volume come nel corso della mattinata di sabato si è avvertita l’intimità della frequentazione familiare: «Io ho portato la mia testimonianza, quanto Sacconi mi ha trasmesso, ma forse il momento più commovente è stata la lettura della lettera della moglie Teresita, interpretata da Daniela Coelli, mi sono commosso fino alle lacrime e con me anche Wanna e molti altri».
Rinascita della liuteria
«A Sacconi si deve la rinascita della liuteria – ha commentato e spiegato nell’ambito della due giorni, Fausto Cacciatori, conservatore dell’MdV (ndr, Museo del Violino) –. Cremona deve molto a Sacconi, fu lui a curare gli strumenti che provenivano dagli States nel bicentenario stradivariano del 1937, fu ancora Sacconi che riordinò per primo i cimeli di Stradivari, fu sempre Sacconi che Alfredo Puerari e Andrea Mosconi vollero al loro fianco per l’acquisto dello Stradivari 1715 che ha dato il via alla collezione degli strumenti ad arco del Comune. Se non si studia Sacconi non si capisce la passione, l’entusiasmo e la visione con cui è rinata la liuteria. Il suo libro «I ‘segreti’ di Stradivari» ha raccontato e documentato le fasi di costruzione dei violini da parte del massimo liutaio di tutti i tempi, uno studio nato dall’esperienza di Sacconi in qualità di liutaio e di restauratore. E poi c’era l’amore di Sacconi per la città, per la sua tradizione, quell’amore che si individua in chi venendo da fuori considera Cremona il luogo magico e ideale in cui costruire violini».
A lasciare traccia del cinquantesimo è il libro – fortemente voluto da Zambelli e Bissolotti: «Abbiamo ripubblicato alcuni interventi del volume realizzato nel 1985 e aggiunto foto inedite – spiega Zambelli –. L’obiettivo è quello di mantenerne la memoria, il ricordo, di testimoniare la stima di chi lo conobbe ed ebbe modo di lavorare con lui. Il libro è un modo per dire al maestro Sacconi che per noi la sua lezione è più che mai preziosa e importante».
Dalla pagina scritta alla volatilità della musica attraverso gli strumenti di Sacconi il passo è breve ed è stato compiuto nell’affollata audizione in cui Gian Andrea Guerra ha suonato il violino Simone Fernando Sacconi 1941: «Un violino incredibile, copia dello Stradivari 1715 ma senza gli adattamenti che lo strumento ha subito in base all’evoluzione della prassi musicale – osserva Cacciatori –. Il violino Sacconi 1941 ha regalato sonorità inedite e a cui forse non siamo più abituati, un vero salto indietro nel tempo, in cerca di quell’autenticità della voce perduta di Stradivari». E anche questo è uno dei ‘miracoli’ messi in atto dal grande Sacconi, innamorato di Stradivari al punto di dedicare un’intera vita al massimo liutaio di tutti i tempi, venendo a Cremona in pellegrinaggio ogni estate, ospite spesso da Andrea Mosconi, la cui ospitalità si esprimeva anche nella cura con cui la moglie preparava all’ospite americano le omelette di cui andava ghiotto.

Il libro multilingue «Dalla liuteria alla musica: l'opera di Simone Fernando Sacconi» ideato e promosso dai liutai Francesco Bissolotti e Wanna Zambelli, pubblicato nel 1985 dall'Aclap di Cremona (Coordinatore di produzione, Franco Feroldi) e presentato nel dicembre dello stesso anno alla Library of Congress di Washington, D.C.
Library of Congress: LC Catalog - Item Information (Full Record). Foto: © Claudio Mazzolari, Cremona
Wanna Zambelli è stata una figura chiave in eventi che celebrano l'eredità della liuteria cremonese. Nel giugno 2023, come ricorda l'articolo che precede, ha partecipato alla Giornata di Studi al Museo del Violino per la commemorazione del 50° anniversario della morte di Sacconi, con un intervento su «Simone Fernando Sacconi, padre adottivo dei giovani liutai» e prendendo parte a una tavola rotonda su «I 'segreti' di Stradivari».
Un altro contributo significativo di Zambelli alla liuteria cremonese è la sua collaborazione con Marco Vinicio Bissolotti (figlio del compianto Francesco) per la realizzazione del libro «Simone Fernando Sacconi. Liutaio, restauratore ed esperto fra i massimi del Novecento», pubblicato nel 2023 in occasione del 50° anniversario della scomparsa di Sacconi e presentato il 25 giugno dello stesso anno al Museo del Violino di Cremona nell’ambito del progetto «Una vita per Stradivari» curato dal liutaio Fausto Cacciatori, all’epoca conservatore dello stesso museo.
Oltre a testi e foto inediti, il libro riprende alcune testimonianze tratte dalla pubblicazione internazionale del 1985 («Dalla liuteria alla musica: l'opera di Simone Fernando Sacconi») da lei stessa ideata e promossa insieme a Francesco Bissolotti, con il coordinamento editoriale di Franco Feroldi, con l'obiettivo di preservare la memoria di Sacconi e la stima di coloro che lo hanno conosciuto. Attraverso questa co-authorship, Zambelli ha apportato un contributo duraturo alla storia della liuteria, assicurando che l'eredità di Sacconi continui a ispirare e informare le future generazioni di liutai e studiosi, un'eredità che non è fatta solo di strumenti e restauri, ma anche di un vero e proprio “modo di pensare” la liuteria.
L'8 ottobre 2023, Wanna Zambelli ha inoltre partecipato all’inaugurazione della «Sala Sacconi» al Museo del Violino e, insieme all'Assessore alla Cultura di Cremona Luca Burgazzi, ha svelato la targa dedicata al grande liutaio, a testimonianza di un legame duraturo tra maestro e allieva e per onorare quel maestro che le aveva trasmesso non solo tecnica, ma anche visione etica del lavoro.
Questa iniziativa evidenzia l'importanza che la comunità liutaria cremonese attribuisce alla conservazione della conoscenza e delle intuizioni dei maestri del passato. Il coinvolgimento personale di Zambelli con Sacconi ha reso la sua partecipazione a questo progetto particolarmente preziosa. La stretta relazione che ha avuto con Sacconi le ha permesso di raccogliere aneddoti e prospettive uniche che arricchiscono il libro, offrendo un ritratto più intimo e completo della sua vita e della sua opera.

Logo che richiama il titolo del progetto dedicato al Maestro Sacconi nel 50° anniversario della morte. Cremona, Museo del Violino, 24-25 giugno 2023
Nella foto sotto: al Museo del Violino in occasione della Giornata di Studi dedicata al Maestro Sacconi il 24 giugno 2023 .
Da sinistra: Virginia Villa, direttore generale del Museo del Violino; Fausto Cacciatori, curatore delle raccolte del museo; Bruce Carlson, rinomato restauratore cremonese; Wanna Zambelli, liutaia e allieva cremonese del Maestro Sacconi; Peter Beare, liutaio e restauratore inglese (figlio del grande esperto Charles Beare, allievo di Sacconi). Foto: © Fotolive/Calvi, Cremona


Wanna Zambelli e Luca Burgazzi, assessore alla cultura di Cremona, svelano la targa della nuova «Sala Sacconi» del Museo del Violino intitolata al Maestro con cerimonia ufficiale dell'8 ottobre 2023. A sinistra: Virginia Villa, direttore generale del Museo. Foto: © 2023 Museo del Violino e The Strad a corredo dell'articolo «Cremona Museo del Violino dedicates room to Simone Sacconi», London, 9 October 2023.

La «Sala Sacconi» del Museo del Violino

Simone Fernando Sacconi intento alla sgrossatura del contorno del fondo di uno strumento. Foto: © 1965 Archivio Wurlitzer, New York.
Il Maestro Sacconi è una figura cardine nella storia della liuteria italiana, ma in particolar modo nella storia novecentesca della rinascita e reinvenzione della liuteria classica cremonese. Senza il grande Sacconi il saper fare liutario, riconosciuto dall’UNESCO nel 2012 come bene immateriale dell’umanità, non ci sarebbe.

Cover of the December 2025 issue of The Strad magazine, which contains an extensive article on the great master luthier and restorerSimone Fernando Sacconi

Cover of the book "I 'segreti' di Stradivari" ("The 'Secrets' of Stradivari") bySimone Fernando Sacconi,published in Cremona in 1972 by Libreria del Convegno Editrice di Maria Rivaroli Lombardini
by Peter Somerford
The Strad, London
December 2025
Simone Fernando Sacconi was a brilliant violin maker and restorer, a respected teacher, and, quite literally, a celebrated author. From pages 48 to 53 of the magazine, a group of musicians and violin makers pay tribute to Sacconi on the 130th anniversary of his birth. Author of the seminal work "The 'Secrets' of Stradivari" (I 'segreti' di Stradivari), he was a generous man who freely shared his knowledge and is fondly remembered.
Peter Somerford provides a biography of Sacconi and interviews master violin maker Wanna Zambelli, violinist Salvatore Accardo, and American restorers Carlos Arcieri (along with Rosanna Arcieri) and David Segal.
The article includes numerous period photos and a video.
The video ("The world of music. The instrument maker") is set in 1965 at Rembert Wurlitzer's violin-making workshop in New York. In this unique American workshop, the ancient art of violin making is still practiced, using techniques, tools, and designs inherited directly from the hands of the great 17th-century Cremonese master, Antonio Stradivari. Host Morton Gould watches a violin-making demonstration by Simone Fernando Sacconi, the workshop's master craftsman. Gould also speaks briefly with Lee Wurlitzer, who took over her husband's workshop after his death in 1963, and their daughter, Marianne Wurlitzer, who works at the bench with Maestro Sacconi and the other luthiers, including Dario d'Attili, Sacconi's future successor.
Watch the video for free:
www.loc.gov/item/2023602026

Il grande esperto di violini Charles Beare (1937-2025).
Wanna Zambelli ricorda: "Beare è stato uno dei più importanti allievi di Simone Fernando Sacconi. L’ho conosciuto fin dal 1972 nella bottega di Francesco Bissolotti a Cremona, dove ho perfezionato la mia preparazione di liutaia dopo il diploma e dove ho imparato dallo stesso Sacconi. Ho collaborato con Beare e Bissolotti nella preparazione del libro «Dalla liuteria alla musica: l’opera di Simone Fernando Sacconi» del 1985, libro per il quale Beare ha scritto l’introduzione e una toccante testimonianza.
Nel settembre del 1973, è stato lo stesso Beare a presiedere la giuria della V Biennale Nazionale degli Strumenti ad Arco di Cremona al posto di Sacconi, scomparso il 26 giugno dello stesso anno. Per me Beare è stato, insieme a Bissolotti, il vero erede di Sacconi a Cremona, del quale ha diffuso l’insegnamento appreso presso la famosa Casa di restauro Wurlitzer di New York.
Cremona deve molto a Beare, sia per l’organizzazione delle Stradivariane del 1987 sia per la collaborazione con la Fondazione Walter Stauffer per l’acquisto di preziosi strumenti classici cremonesi oggi conservati al Museo del Violino." Foto: © Peter Beare, Londra
Nella suggestiva cornice di Villa Albergati a Zola Predosa, vicino a Bologna, per il 60° compleanno del grande violoncellista il 27 aprile 1987 si è tenuto un eccezionale Concerto di Mstislav Rostropovich in trio con Anne-Sophie Mutter (violino) e Bruno Giuranna (viola) nell'ambito della rassegna «Bologna Festival ‘87» dedicata al violino. Presenti il Sindaco di Cremona e il violino Stradivari Cremonese 1715, che è stato esposto alla mostra Aclap «Liuteria classica: un metodo. Stradivari e la Scuola cremonese» allestita nella Galleria d'Arte Moderna al Palazzo dei Congressi di Bologna.
Sul quotidiano «La Provincia» di Cremona del 29 aprile 1987 Elia Santoro pubblica questo articolo dal titolo «La liuteria cremonese protagonista in due splendide serate a Pesaro e Bologna», con l’occhiello «Un particolare importante successo dell’Aclap»:
«Antonio Stradivari ha, in questi giorni, tenuto banco, per dirla in gergo popolare. E non potremmo definire diversamente le manifestazioni alle quali abbiamo preso parte nel giro di 48 ore tra domenica e lunedì, prima a Pesaro e poi a Bologna. Stradivari ha elettrizzato con i suoi violini e con la grande tradizione. Infatti, a Pesaro la Fismed (Federazione italiana strumenti musicali, elettronica e dischi) di Roma, aderente alla Confesercenti, ha premiato con targa e medaglia d’oro l’Associazione cremonese liutai artigiani professionisti (Aclap) per i meriti acquisiti in questi anni per la diffusione e la conoscenza dell’artigianato liutario e della tradizione cremonese nella costruzione degli strumenti ad arco.
A Bologna, invece, la presenza del grande violoncellista Mstislav Rostropovich (che possiede uno straordinario strumento di Stradivari e al quale è andata una serata d’onore con un concerto indimenticabile tenutosi nella sontuosa secentesca Villa Albergati a Zola Predosa nel bolognese), della giovanissima violinista Anne-Sophie Mutter, che da poco tempo suona con uno Stradivari 1710, e del famoso violista Bruno Giuranna che suona con uno strumento di scuola veneziana ispirata a Cremona, ha portato nella capitale dell’Emilia-Romagna una ventata di straordinaria allegria e di suggestivo fascino musicale in onore di un artista che ha speso la sua vita per la musica, dedicando al violoncello la parte più preminente dei suoi vasti interessi (è infatti anche pianista, direttore d’orchestra, compositore, ammiratore dei giovani talenti con i quali usa spesso suonare).
L’altra sera aveva al fianco la Mutter ed è stato, con un programma dedicato ai trii per archi di Beethoven, un avvenimento che non sarà dimenticato dai seicento invitati convenuti nell’affascinante salone della Villa Albergati, che il marchese Girolamo – senatore e ambasciatore bolognese a Roma, nel 1659 – volle grandioso per ospitare la cultura barocca, magistralmente combinata con le architetture del Sochi e del Monti e col ciclo degli affreschi della scuola bolognese del Colonna, del Bigari, del Burrini e del Valiani.
Il 27 aprile Mstislav Rostropovich è stato festeggiato con la musica e Stradivari e con la presenza dell’Aclap (che ha portato la mostra «Liuteria classica: un metodo» visibile al pubblico, sino al 20 maggio, nella Galleria d’Arte Moderna al Palazzo dei Congressi), del suo presidente Francesco Bissolotti, del vice presidente Franco Feroldi nonché di alcuni soci Aclap compresa Wanna Zambelli, del sindaco di Cremona Renzo Zaffanella con la consorte e del maestro Andrea Mosconi che ha fatto da scorta al Cremonese 1715.
Mentre i tre concertisti eseguivano il programma, l’attenzione degli invitati si era improvvisamente spostata verso il gruppo dei cremonesi che invano ha cercato di rendere «anonima» la presenza di Antonio Stradivari al quale, per la verità, era stata riservata una seggiola. Si era diffusa la notizia che un violino Stradivari era stato portato appositamente da Cremona, dalla città nella quale erano nati anche gli strumenti tra le mani di Rostropovich e della Mutter.
Serata, si è detto, irripetibile alla quale non potevano mancare coloro che sono i vessilliferi della grande tradizione liutaria rappresenta dal Comune per le celebrazioni stradivariane del 1987, dal violino ex Joachim 1715 e dall’Aclap che, dal 1973, ha portato per il mondo una mostra di successo raggiungendo a Bologna la ventesima edizione.»
Il racconto di Elia Santoro così prosegue: «Fra i tanti episodi della serata bolognese, due, esilaranti, riguardano la cena di gala nella splendida Villa Albergati. La storia racconta di una delle più splendide opere architettoniche del Barocco Europeo, al centro della vita mondana e culturale di Bologna. Villa Albergati ha ospitato re, regine, principi, musicisti, letterati, scienziati ed avventurieri. Un luogo intatto, immerso in un parco secolare, a pochi minuti dal centro della città, dove lo sguardo si perde tra la pianura e le dolci colline. Affreschi, arredi originali, mobili e quadri, tutto è ancora come allora ed è ancora oggi cornice per gli eventi più prestigiosi.
Dopo mal celati assalti al ricco buffet, il fine cena in onore del maestro Rostropovich è dolcissimo: su un grande tavolo al centro del salone d’onore viene posizionato un violoncello in scala 1:1 interamente di ottimo cioccolato fondente, dal quale i commensali staccano e succhiano i piroli, l’anima, il riccio e pezzi di tavola armonica. Senza dar nell’occhio, Feroldi passa un candido fazzoletto al professor Mosconi perché si pulisca i due vistosi baffi marroni che si è disegnato sul viso succhiando avidamente un pirolo.
La scenetta più divertente avviene però sulla grande balconata esterna della Villa, dove tutti i commensali si sono trasferiti per assistere ai fuochi d’artificio in onore del maestro (una enorme scritta luminosa lampeggia nel cielo con le parole Grazie, Mischa!, il nomignolo col quale viene chiamato familiarmente Mstislav Leopol’dovič Rostropovič). Tanti gli artisti presenti: fra questi, il violinista Uto Ughi, il violista Bruno Giuranna e l’avvenente ventiquattrenne violinista Anne-Sophie Mutter. Ed ecco che Ughi, che non conosce bene il tedesco, si mette a fare il galante con la tedesca Mutter per il tramite di Giuranna, che fa da interprete. La Mutter risponde in tedesco e Giuranna traduce in italiano. Feroldi sorride in disparte, ma Ughi se ne accorge e con un gesto della mano fa capire che ne vale la pena. Il bello è che sorride anche la Mutter, non si sa se per i complimenti di Ughi o per il suo insolito modo di corteggiare una donna.
Allestita nella Galleria d'Arte Moderna al Palazzo dei Congressi di Bologna nel quartiere della Fiera, dalla mattina dello stesso 27 aprile la mostra Aclap ha aperto i battenti al pubblico, che ha affollato da subito le sale per visitare le varie sezioni: Dall’albero al violino, La bottega del liutaio, la sequenza fotografica sul Restauro dello strumento e Un capolavoro della liuteria classica cremonese: il violino di Antonio Stradivari Cremonese 1715 di proprietà del Comune di Cremona ed esposto in una teca blindata.»

Villa Albergati a Zola Predosa, vicino a Bologna. Foto: © Bologna Welcome

Mstislav Leopol’dovič Rostropovič (Baku, 27 marzo 1927 - Mosca, 27 aprile 2007) con il violoncello di Antonio Stradivari Duport 1711. Foto: © gettyimages

Il violinista Salvatore Accardo. Nell'ottobre del 1983 la Rete 1 della RAI ha girato nella bottega di Francesco Bissolotti a Cremona un ampio servizio dove Salvatore Accardo è stato intervistato sulla viola speciale a cinque corde che Bissolotti ha costruito per lui e dove lo stesso Accardo ha presentato, con una breve prova acustica, un apprezzato violino di Wanna Zambelli. Foto: © gettyimages
Wanna Zambelli è anche attenta osservatrice delle varie dinamiche contemporanee che interessano la liuteria cremonese. È consapevole delle sfide poste dalla crescente concorrenza proveniente da altre regioni, come la Cina.
La preoccupazione espressa da Zambelli sottolinea la necessità per Cremona di puntare soprattutto alla qualità e di mantenere la propria identità unica per rimanere competitiva. La crescente qualità degli strumenti prodotti in Cina, unita a prezzi più accessibili, potrebbe esercitare infatti una forte pressione sui liutai cremonesi. In risposta a questa sfida, con prese di posizione pubbliche Zambelli ha sottolineato la necessità di un sistema per tutelare la liuteria cremonese dall'abusivismo, per garantire che coloro che aprono una bottega in città possiedano le qualifiche necessarie e una formazione certificata. In tal senso si muove la Legge della Regione Lombardia a tutela della liuteria cremonese (L.R. n. 44 dell'8 luglio 2025), anche se rimangono irrisolti taluni aspetti che andranno meglio definiti in un auspicabile Regolamento di attuazione. L'implementazione di tale legge potrebbe contribuire a preservare gli elevati standard artigianali associati a Cremona e a proteggere il marchio «Made in Cremona», assicurandone il prestigio e il valore nel mercato globale. Dal violino classico al violino DOC.
Nella foto sotto:
Rivista internazionale in quattro lingue «Welcome, appuntamenti italiani». Milano, luglio 1983. Foto: © 1983 Fulvio Roiter


Simone Fernando Sacconi collauda la voce di uno strumento. Foto: © 1965 Archivio Wurlitzer, New York
di Isabella Mazzitelli
La Repubblica / Milano, 21 giugno 1992
Interrogata sulla sua singolare carriera, risponde con un sorriso: «Vuole la versione poetica o la verità?» Sorride Wanna Zambelli, con bellissimi occhi blu che mandano lampi di recalcitrante allegria. A meno di quarant'anni Zambelli è la liutaia più abile e famosa d'Italia, e una delle più note nel mondo. È un artigiano, un solido, schietto, ruvido artigiano. Ma è anche un'artista, una finissima interprete del legno, la quale dalle segrete leggi che governano la materia estrae l'anima e la consegna, lucente e perfetta, a chi, suonando i suoi violini, le viole, i violoncelli, cerca fra le corde la massima armonia del suono.
«Mia madre interpellò un pittore»
Una grande carriera, la sua, con un inizio casuale e un prosieguo travolgente, come un amore ingombrante e felice capitato tra le mani quando stai pensando a tutt'altro. «Era il '68, avevo sedici anni e vivevo a Volongo – non sono di Cremona, sono dell'altra parte dell'Oglio, del paese degli anni giovanili di Carla Fracci, guardi che c'è una bella differenza.»
«Il mio problema a Volongo era che non sapevo cosa fare del mio futuro. Avevo fatto le medie, un anno di istituto tecnico con qualche esame a settembre e nessuna voglia di studiare. L'alternativa era andare in fabbrica, a fare scarpe o lenzuola, come tutte. Mia madre, disperata, aveva chiesto consiglio a un pittore, uomo saggio del paese. “Proviamo con la scuola di liuteria a Cremona e se va male c'è sempre il corso di arredamento”. Invece è stato un amore a prima vista, una passione immediata, coinvolgente e totale.»
«Forse perché dalle cento faticose materie dell'Itis passavo di colpo a una manciata di lezioni – minimizza, a riportare il sentimento nei binari dell'esibita rudezza –. Non dovevo fare né inglese né fisica ed eravamo dieci studenti e due professori». La ragazzina che non voleva studiare è la prima alunna italiana della scuola aperta nel 1938 per celebrare l'anniversario del maestro dei maestri, l'autoctono Antonio Stradivari. E prima di lei le donne sono state due soltanto, una svizzera in anni lontani e una francese successivamente.
«Ora di ragazze l'istituto è pieno, sono quasi la metà degli iscritti. Ma poi a incamminarsi davvero verso la professione sono pochissime», spiega lei, sottintendendo che è un mestiere duro, di assoluta dedizione, destinato ai pazienti e ai caparbi: «Anche perché a Cremona la situazione è tragica, la concorrenza è spietata. La verità è che siamo troppi», aggiunge di slancio con sincerità, lei che pure non dovrebbe aver motivo di curarsi della concorrenza.
Nella città del metodo classico, della scuola Doc che il mondo ci invidia, di liutai ce n'è a bizzeffe, in proporzione al mercato: una settantina nell'apposita associazione, altrettanti fuori. Fanno 140 persone almeno: brave pochissime, mediocri tante, tutte lì a spartirsi la torta di musicisti, concertisti, apprendisti, dilettanti. Succede così che il turista musicofilo, segnatamente il giapponese – che per la sua solvibilità è il più ambito anche in questo angolo di provincia – venga corteggiato e invogliato con prezzi stracciati, anche 800mila lire per un violino hand made in Cremona, quando il pezzo di un maestro costa in realtà alcuni milioni.
La differenza c'è, magari si vede e sicuramente si sente, ma tant’è. I Giapponesi guardano, comprano e vanno via portandosi a casa le «cassette di limoni», come con crudele semplicità vengono chiamati gli strumenti da poco, fatti magari dagli allievi della scuola di liuteria per mantenersi.
Nell'empireo odoroso di resine dove vive e lavora, Wanna Zambelli affronta questo argomento con riluttanza, lanciando occhiate d'intenso blu agli strumenti, come se una risposta potesse arrivare dagli amati legni. Si capisce che non è nel suo stile – diretto ma gentile, sincero ma non brutale – parlare degli altri, di quelli che tirano via un violino in poche ore quando lei ce ne mette duecento; e si capisce che le piaccia pochissimo parlare di soldi. Eppure, l’argomento serve, nella sua volgare concretezza, a capire qualcosa di più.
Zambelli si arrende quando intuisce che il rischio, per lei, è passare per una zarina della cassa armonica, una capricciosa e costosa emula di Stradivari. «Va bene, facciamo un po' di conti. Un liutaio è un artigiano, giusto? E quanto prende un artigiano – diciamo un idraulico – per un'ora di lavoro: diciamo trenta mila lire? Le mie duecento ore di lavoro per fare un violino dunque varrebbero sei milioni. Senza contare il materiale e senza dire che forse è un lavoro diverso. Bene, mi considero molto fortunata se me ne danno sette, perché se sono musicisti e se ne intendono, non discutono, ma se il cliente è un signore che vuol fare un regalo al figlio che impara, allora farsi pagare il giusto può essere duro».
Magari, azzardiamo, si può costruire un violino che vale sette e uno che vale due. Magari se ne fanno venti l'anno e così i conti tornano di più. Sillaba irritata la maestra liutaia, gli occhi saettano bagliori minacciosi: «Quando comincio uno strumento non è di serie A, B o C. Io lo faccio al meglio. E intendiamoci: quando ne vendo uno, se tutto va come deve, quel cliente non lo vedrò mai più. Parliamo di violini, non di cappotti». In quanto alla quantità, la produzione Zambelli è limitatissima, non più di quattro pezzi l'anno. A farne di più non ha tempo, perché la sua dedizione alla scuola di liuteria è grande.
Allieva di uno dei più famosi liutai del mondo, Francesco Bissolotti, Wanna Zambelli crede molto nell'insegnamento. Bissolotti la notò dopo due giorni di scuola: «Quando ti diplomi vieni a bottega da me», le disse intravedendo la mano buona fin dai primi colpi di sgorbia. Qualche anno dal maestro, poi la liutaia ha messo bottega per conto suo, in una stanza della sua casa nella vecchia città. Pavimento di gomma, ordine, semplicità, nessuna concessione all'iconografia dell'artigiano in via d'estinzione, coperto di anni e di polvere. Sui banconi, il lavoro in corso d'opera.
Zambelli costruisce soprattutto violini, e poi viole e violoncelli. Contrabbassi non ne ha mai fatti «anche perché, se gli dico quanto costano – cioè venti milioni – scappano».
Ha fatto un violoncello per un concertista del calibro di Filippini, ma non lo dice mai per prima, non esibisce la referenza. «Io non punto sui grandi, preferisco lavorare su chi diventerà grande». Non per modestia. Wanna Zambelli non è modesta, anzi è molto fiera del suo lavoro e lo sottolinea, quando è il caso, con sorrisi paciosi e soddisfatti che vogliono dire: «Sono brava, grazie, lo so». Il motivo di questa sua scelta è una conferma del suo carattere forte e tranquillo: «Un maestro come Filippini non suona più di tanto il mio strumento ed in genere è difficile che un professionista usi a tempo pieno un violino nuovo».
La liutaia preferisce citare come clienti le «famiglie musicali». Famiglie nel vero senso della parola, fratelli e sorelle con la passione per l'archetto. «I Ronchini di Milano, per esempio, che sono allievi di Filippini. Sono un pianista, un violoncellista, una violista e una violinista che sta crescendo, musicalmente parlando. Aspettano che la sorella sia pronta per fare un quartetto. Ed io sto costruendo lo strumento per lei». Poi c'è la famiglia musicale tedesca. Il padre commissionò il primo violino per il figlio, poi è arrivata l'ordinazione di un violoncello per il fratello e adesso, dice la liutaia tutta illuminata di genuino buonumore, «spero che abbia un'altra figlia che suona la viola, così mi sistemo».
Una fiducia profonda nella scuola
È fatta così, la signora Zambelli, tutta passione, ironia e bonaria concretezza. Ma se in cima ai suoi pensieri ci fosse la lira, non farebbe la liutaia, o non lo farebbe con la meticolosità d'artista che le riconoscono, o non dedicherebbe gran parte delle sue giornate a insegnare l'arte nella scuola cremonese. La cosa curiosa è che Wanna Zambelli non si considera una sacerdotessa del liuto. Non si propone, non parla, non si atteggia a vestale di un culto misterioso, non difende la segretezza delle leggi stradivariane che consentono alla materia inerte di trasformarsi in suono, armonia, musica. Anzi divulga e diffonde, quieta e serena, ben piantata nelle sue radici contadine.

Wanna Zambelli alla Scuola di Liuteria di Cremona. Foto: © 1972 Archivio Zambelli

Wanna Zambelli (terza da destra) nel 1977 alla Scuola di Liuteria, con alcuni dei suoi allievi e i maestri liutai Alceste Bulfari, Pietro Sgarabotto e Francesco Bissolotti (terzo, quarto e settimo da sinistra). Foto: © 1977 Archivio Zambelli
diLaura Pazzaglia
Ore otto e trenta: lezione di laboratorio alla «Scuola Internazionale di Liuteria, Antonio Stradivari», a Cremona. Scortata dalla bidella, salgo affannosamente i quattro piani di scale del cinquecentesco palazzo della scuola, fino al sottotetto dove si trova l’aula-laboratorio del «maestro» Zambelli.
La porta è aperta; una mingherlina ragazza cinese è sul ballatoio a sgranchirsi le gambe. Entro e vengo travolta da una ouverture di Bach che esce a volume altissimo da un radiolone poggiato su un tavolo; nella lama di sole che entra da due finestre affacciate sui tetti di Cremona, nuota una polvere lieve, prodotta dalla lavorazione del legno. Siamo in una soffitta, con le travi a vista e una colonna portante al centro.
Su ogni lato sono disposti i banchi da lavoro, alti tavoli di legno massello, ciascuna postazione ha una lampada da tavolo agganciata, uno sgabello e una vetrinetta a muro in cui sono raccolti e schedati gli strumenti di lavoro; sono tantissimi e hanno nomi antichi e misteriosi: bedano per filetti, calibro a corsoio, lima ovale dolce, lima piatta bastarda, lima raspetta semitonda, pialletta Kunz, rasiera, scalpelli, seghetto, sgorbie, squadra e righello. Solo gli ultimi due nomi significano qualcosa per me. In un angolo dell’aula c’è un ampio lavandino dove si vanno ad affilare gli strumenti: si usa l’acqua e una pietra grigia naturale.
Wanna mi stringe frettolosamente la mano: ha quattordici allievi e poche ore di lezione, quindi parleremo più tardi, da sole. È una robusta signora in jeans e maglione, con una zazzera corta di capelli castani, un viso liscio e rubicondo, in cui brilluccicano due occhietti azzurri azzurri. È di poche parole.
Mi aggiro tra i banchi. Ogni allievo è intento a una fase diversa della lavorazione: c’è chi sta levigando con una piccola pialla la bombatura di un fondo di legno che ha già tutta la forma di un violino, chi sta disegnando le caratteristiche «ff» (effe) sulla superficie del piano armonico: ne controlla l’inclinazione e la posizione perché poi dovrà tagliarle; c’è chi invece, una tavola di legno in mano, cerca con lo sguardo la maestra per iniziare il taglio della forma.
Gli allievi sono un coreano sorridentissimo, la cinese che era fuori sul ballatoio, un giapponese coi capelli drizzati dal gel e vestito come un manga, il fumetto giapponese per adolescenti. Parlo con l’unico italiano della classe: un ragazzo di Lucca che faceva il restauratore di legno e di affreschi, ha dovuto mollare perché soffriva di vertigini e allora ha deciso di fare violini.
C’è poi una trentenne di Barcellona, insegnante elementare e violinista, dà concerti con un violino fatto da lei, è venuta a specializzarsi in Italia, parla con venerazione della maestra Zambelli. Il più giovane è un ragazzo bulgaro di sedici anni, nel banco di fianco al suo sta lavorando sua sorella, sono figli di un liutaio che a sua volta si è diplomato qui nel 1985; e poi ancora, un ragazzo francese che viene dai monti della Savoia, figlio di un falegname, anche lui sa lavorare il legno per fare i mobili, però a tre anni ha visto un violino in televisione e ha detto indicandolo: io voglio fare quello; e infine una donna di Liverpool che suona musica celtica, ha gli occhi lucidi, sta parlando fitto fitto con Wanna, cerca di rimediare a un solco precipitoso che ha fatto sul piano armonico del violino. Di Wanna mi colpiscono l’attenzione e l’amore con cui parla e segue contemporaneamente tre allievi; a una ragazza propone di interrompere il lavoro e andare a fumarsi una sigaretta; a un altro prende di mano una pialla lunga non più di un centimetro, la passa delicatamente sul legno per molti minuti, producendo una cascata di riccioli di segatura fine, mentre a un’altra ancora spiega tre volte che non ha affilato a sufficienza la rasiera, lo fa scandendo bene poche, semplici parole in italiano: tutti lo parlano ma un po’ fantasiosamente.
Quando la lezione finisce, gli allievi svaniscono giù per le scale in una girandola di saluti, custodie di strumenti, zaini; con loro svanisce anche la musica di Bach.
Articolo tratto dal libro: Laura Pazzaglia, «Donne che lavorano con il cuore», capitolo «L’albero dei violini» (Reggio Emilia, Aliberti editore, 2004, pagg. 63-65)

La maestra liutaia Wanna Zambelli (prima da destra, in terza fila) nel 1980 con alcuni dei suoi allievi alla Scuola Internazionale di Liuteria di Cremona. Foto: © 1980 Archivio Zambelli

Wanna Zambelli (al centro col camice bianco) nel 1995 con alcuni allievi alla Scuola di Liuteria di Cremona. Foto: © 1995 Archivio Zambelli
Il miglior ritratto di Wanna Zambelli lo fa lei stessa, sempre nell’intervista rilasciata a Laura Pazzaglia nel 2004 per il volume sopra citato (ivi, p. 67-74, estratto):
Io non suono, sono arrivata alla liuteria per altre strade; d’altronde nella mia generazione, in Italia, in quanti potevano suonare? Anche se avessi voluto, non avrei potuto trovare chi mi insegnasse, e neppure comprare uno strumento. Avevo imparato a suonare un po’ alla Scuola di Liuteria, dove è obbligatorio studiare musica, però poi ho dovuto decidermi: non si può suonare e lavorare. Io sono originaria di un piccolo paese, al confine con le province di Mantova e di Brescia, si chiama Volongo; per venire a scuola a Cremona, partivo da casa alle sette il mattino e tornavo la sera alle otto.
Io sono del ‘53. Ma vedendo il film «L’albero degli zoccoli», che è ambientato in queste zone, le cose non erano tanto cambiate. Mi ricordo che mia mamma stirava ancora col ferro scaldato a fuoco, mi ricordo quando abbiamo preso il primo frigorifero, per non parlare della televisione! Abitavamo allora tutti insieme coi nonni. Il nonno aveva poca terra e altra a mezzadria e pochi animali. E così, con il poco lavoro che c’era, mio padre andava con le macchine agricole a fare la trebbiatura, a tagliar l’erba, a fare le balle di fieno dagli altri contadini, era artigiano insomma. Mia mamma è sempre stata in casa, ma faceva la sarta e lo ha fatto tutta la vita.
Le ragazze allora quando finivano le scuole andavano a lavorare in fabbrica; finite le medie io invece non avevo nessuna voglia di finire in fabbrica: non era pensabile stare al chiuso tutte quelle ore. E allora rimaneva la possibilità di continuare a studiare. I licei li ho esclusi perché non era nella mia mentalità saper organizzare lo studio. A me piaceva chimica, e così sono stata iscritta un anno all’istituto tecnico. Ho capito però che dovevo puntare su un lavoro dove vedi le cose che fai; fare una cosa che non vedi, come matematica o fisica, era troppo difficile; maestra o segretaria d’azienda, non ne parliamo nemmeno: insomma, sapevo cosa non volevo.
Finché un professore, che insegnava pittura alla Scuola d’Arte del paese, disse a mia mamma: «Perché non la iscrivete alla Scuola di Liuteria?» Fin dai primi giorni mi sono trovata benissimo. Mentre all’ITIS eravamo molti per ogni classe, alla Scuola di Liuteria eravamo sei allievi in tutto, di anni diversi: eravamo come una famiglia. E così non ho più avuto nessuna difficoltà. Mi piaceva mettermi lì e capire come dovevo fare.
Ancora prima di finire la scuola, uno dei miei insegnanti, il maestro Bissolotti, mi ha chiesto di andare a lavorare nella sua bottega. Nel frattempo, la Scuola si era molto ingrandita, così nel 1972 mi sono diplomata e nel ‘74 sono entrata come insegnante. Fino al ‘93 ho mantenuto anche il mio laboratorio, poi ho chiuso perché le spese erano troppo alte. Tra gli insegnanti della scuola sono sempre stata l’unica donna.
La Scuola di Liuteria esiste dal 1938. La prima donna allieva è stata una ragazza svizzera negli anni Sessanta, poi una ragazza francese che faceva il quarto anno quando io sono entrata, poi per molti anni non ce n’è stata quasi più nessuna. Adesso qui a Cremona ci sono diverse liutaie che hanno aperto laboratori, però poi tutte tengono famiglia e quindi...
Io non sono sposata, però convivo da trent’anni. Sono sempre stata contro il matrimonio, e se dovessi tornare indietro, forse non convivrei neanche. Non ho figli, mi sono data alla liuteria: già è difficile fare qualcosa e cercare di farla bene. E poi una deve sentirsi cosa deve fare: io non ho mai avuto più di tanto il senso materno o forse, se l’ho avuto, lo esprimo ogni giorno quando vado a scuola. Insomma, complicarsi le cose, non mi sembrava il caso.
Il mio primo maestro, Pietro Sgarabotto, che era un maestro all’antica maniera, col fiocco sul grembiule da lavoro e i capelli lunghi da artista, diceva che, guardando lo strumento, si vede la persona che l’ha fatto. In effetti è così: se è fatto come va fatto, cioè uno alla volta, secondo me, ci si mette dentro un po’ di ciò che si è in quel momento. Con gli anni si capisce che non è tanto importante fare i violini proprio perfetti, ma è importante dargli un po’ più di personalità. O forse è naturale che sia così: all’inizio si cerca di imitare, poi man mano si lascia perdere, non so se è l’età, non so se è perché non riesco più a farli tanto bene!
Per costruire un violino, certe misure sono fisse, altre no; la misura della lunghezza del manico per esempio è fissa, perché sul manico di un violino non ci sono i tasti come sulla chitarra, la nota è determinata dalla posizione della mano, quindi la lunghezza del manico deve essere sempre la stessa; anche il peso deve stare entro un certo limite. La forma invece varia sempre. Di solito i musicisti scelgono la forma che desiderano, sulla base dei modelli di violino già esistenti. Per esempio, uno può volere un violino tipo Amati. Ma bisogna distinguere tra modello e copia di un violino storico: se lei mi chiede una copia del «Cannone» del Guarneri, legno, colore e forma devono essere identici. (ndr, il «Cannone» è il nome di un violino storico suonato da Niccolò Paganini, famoso per la potenza del suono, da cui il nome).
A me piace soprattutto iniziare un violino e scolpirne la testa. Mi piace tutta la fase iniziale, fino a chiuderlo, dopo si tratta di rifinire, di fare cose di precisione. Il carattere dello strumento si vede nelle bombature, nelle “ff”, come sono fatte, e nella testa soprattutto: è un lavoro che potrebbe fare qualsiasi intagliatore, la difficoltà è fare i due «profili» uguali e simmetrici. A me non riesce ancora. La forma della testa, il riccio, può variare leggermente dai canoni fissati in età barocca, ma sono variazioni che posso notare io, per lei sarebbero tutte uguali.
Le effe, le due caratteristiche aperture sulla cassa armonica, favoriscono la fuoriuscita del suono, ma bisognerebbe parlarne in termini di fisica acustica. Ci sono comunque diversi modelli di “ff” a seconda dell’autore di riferimento. L’ultima cosa che si mette, quando il violino è finito, è l’anima. L’anima è un cilindretto di legno d’acero che si colloca all’interno della cassa del violino, tra il fondo e il coperchio (la tavola), nel punto dove fa forza il ponticello su cui passano le corde; più o meno è lì, poi varia da strumento a strumento. Si infila dentro con un ferro, una specie d’uncino e deve essere incastrato leggermente nella posizione giusta: per farlo si guarda dentro il violino attraverso un foro sul fondo, sul quale poi si applicherà il bottone, da cui partiranno la cordiera e le corde. L’anima serve a trasmettere le vibrazioni dal fondo alla tavola e mette in comunicazione queste due parti.
In tutta la mia vita, io non ho fatto molti strumenti, non più di tre o quattro l’anno. E non ho quasi mai venduto a commercianti, ma sempre a musicisti che magari si erano passati la voce, perché qualcuno di loro aveva già un mio strumento. I primi li ho venduti in America. Spesso venivano apposta qui a Cremona degli orchestrali in tournée in Italia, ne compravano un certo numero e poi li rivendevano ai colleghi negli Stati Uniti.
Quasi certamente il mio miglior violoncello l’ho fatto nel 1984 per il maestro Filippini; aveva visto un mio strumento, gli era piaciuto, allora è venuto nel mio laboratorio, abbiamo scelto il legno insieme e lui ha seguito tutte le fasi di lavoro. C’è voluto parecchio tempo per costruirlo, però è riuscito bene e lui è rimasto molto soddisfatto. (...)
La domanda di strumenti musicali ovviamente non è molta, e le ragioni sono diverse. Innanzitutto, c’è un pregiudizio diffuso tra gli insegnanti di Conservatorio secondo cui uno strumento vecchio suona meglio di uno nuovo; ovviamente non è vero: dipende dalla qualità, da come è stato fatto. Quindi consigliano sempre di acquistarne uno vecchio. Guardi in un’orchestra italiana quanti strumenti ad arco nuovi ci sono: pochissimi. E poi qui in Italia abbiamo l’idea che se uno suona, deve sicuramente farlo per professione, in orchestra; in Germania, per esempio, si suona anche in famiglia, ognuno il suo strumento. Non credo sia solo una questione di soldi, forse è anche una questione di educazione. (...)
E poi pensi che chi suona non possiede più di un violino alla volta: pochi affermatissimi concertisti possono avere tre, quattro strumenti; chi suona per piacere ne prende uno in una vita. Insomma, la domanda non è molta. E così un violino fatto da un maestro deve costare venti, trenta milioni di lire; quindi, se qualcuno qui a Cremona li vende a due milioni, c’è qualcosa che non va... (...)
Secondo me artigiani si nasce, nessuno mi ha spinto! Certe volte ci penso al perché faccio questo mestiere, e non riesco a capirlo. Non mi sarebbe piaciuto prendere ordini da qualcuno, questo sì. Però non si spiega solo così la mia scelta. Forse c’è qualcosa che ti spinge a fare qualcosa per te stessa.
Alla Scuola la cosa più difficile da far capire è che uno deve provare piacere nel fare lo strumento: se lo fa solo perché alla fine lo vende, o ne fa cinque di fila perché in quel momento ha bisogno di soldi, non va bene. (…)
Ci vuole predisposizione per la liuteria, io il talento non lo posso insegnare. Pochissimi hanno l’istinto e la velocità di capire come si deve fare, ma gli altri che non sono così non significa che non diventeranno buoni artigiani. Vedo ragazze che cominciano, poi se nessuno le stimola lasciano perdere, fanno la mamma, fanno altro. Questo mestiere bisogna proprio volerlo. Anch’io, adesso che devo seguire i miei genitori anziani, non ho il tempo che vorrei per rimettermi a costruire. (…)
Io, e pochi altri colleghi, siamo un po’ dei dinosauri della liuteria, siamo ancora di quelli a cui piace mettersi lì, al banco da lavoro. Andare in vacanza, avere la bella casa, cambiar la macchina ogni due anni, per noi che la prendiamo un po’ filosoficamente queste cose non ci stanno tanto.

Il libro «Donne che lavorano con il cuore» di Laura Pazzaglia. Reggio Emilia, Aliberti editore, 2004. Al capitolo «L’albero dei violini» il racconto «Wanna Zambelli, maestra liutaia a Cremona»

Wanna Zambelli nella sua bottega intenta alla sgrossatura degli zocchetti di un violoncello. Foto: © 1983, Ezio Quiresi, Cremona
di Ludovica Palmieri
Artribune, Roma 23 maggio 2025
Il 30 maggio 2025 ricorrono i centotrent’anni dalla nascita di Simone Fernando Sacconi (Roma, 1895 – New York, 1973), maestro liutaio italo americano, tra i massimi esperti del Novecento in quest’arte senza tempo. Oggi, la sua ex allieva Wanna Zambelli lo ricorda con commozione in questa intervista “raccontata”, riconoscendo al maestro non solo la grande capacità di saper trasmettere le conoscenze, per quanto complesse, in maniera semplice e lineare, ma anche di mantenere sempre con gli interlocutori, indipendentemente dal loro status, un approccio confidenziale, affettivo e umano.
Simone Fernando Sacconi nel ricordo dell’ex allieva Wanna Zambelli
Dopo un anno passato tristemente in un istituto tecnico, non sapendo che fare, chiesi consiglio a un pittore del mio paese d’origine, Volongo, vicino a Cremona, che mi indirizzò alla Scuola Internazionale di Liuteria. Ed è nel Palazzo dell’Arte – oggi sede del Museo del Violino e che allora ospitava la scuola – che nel 1968, durante il mio primo anno di corso, incontrai, in una delle sue poche visite e lezioni straordinarie, il maestro liutaio e restauratore italo-americano Simone Fernando Sacconi.
Il grande liutaio Simone Fernando Sacconi e le sue conoscenze illustri
Lo ricordo attorniato dagli allievi (allora una decina in tutto), incuriositi e attentissimi alle sue spiegazioni. Già molto prima del suo arrivo, si era creato un clima di febbrile attesa per una visita considerata un evento. Mi chiedevo chi mai fosse questo grande esperto che veniva dall’America con la fama di aver riparato oltre trecento strumenti antichi e di aver avuto rapporti di lavoro con musicisti di eccezione, come: Casals, Kreisler, Enescu, Heifetz, Elman, Cassadò, Huberman, Flesch, Busch, Francescatti, Feuermann, Milstein, Piatigorski, Zimbalist, Salmond, Fournier, Szigeti, Stern, Menuhin, Oistrach, Ricci, Szeryng, Rostropovich, Primrose, Rose, Perlman, Accardo, Ughi, Zukerman, Du Prè. Si diceva che avesse intrattenuto rapporti familiari anche con Toscanini e i maggiori compositori del tempo, da Strauss, a Debussy, Zandonai, Respighi, Casella, Mascagni e Pizzetti.
Avrei voluto parlargli, ma essendo appena agli inizi non ne ebbi il coraggio. Fu poi nel 1971 che ebbi modo di conversare con lui, in occasione di un’altra visita. Ricordo che passando fra i banchi da lavoro si fermò anche al mio, esaminò a lungo e con interesse il violoncello che stavo costruendo e mi diede preziosi consigli.
Fernando Sacconi alla bottega del liutaio Bissolotti a Cremona
Successivamente, lo incontrai nella bottega del maestro liutaio Francesco Bissolotti, presso cui, terminata la scuola, perfezionai la mia preparazione. E fu tra l’estate e l’autunno del 1972 che ebbi la possibilità di conoscere meglio Sacconi, lasciandomi contagiare dalla sua passione per la liuteria che ancor oggi, dopo più di cinquant’anni, è una delle mie ragioni di vita.
Al banco da lavoro quasi ogni giorno era intento, con Bissolotti, alla costruzione di un violino ispirato al modello dello Stradivari detto Cremonese 1715, perennemente circondato da persone che lo assillavano con richieste di chiarimenti e consigli. In quel periodo stava ultimando il suo libro I ‘segreti’ di Stradivari e gli assistenti nella stesura si recavano spesso da lui. Tuttavia, era così indaffarato che, dopo qualche tempo, per lavorare con più calma, cominciò a venire in laboratorio in anticipo rispetto all’orario previsto, nel primo pomeriggio, quando ero presente solo io che, arrivando da fuori Cremona, passavo l’intervallo del pranzo in bottega.
Quelli furono momenti memorabili di preziosi insegnamenti. Mi rivolgevo a lui con naturalezza, senza timori, certa che avrebbe capito al volo il significato delle mie domande, anche se imprecise. E lui, sebbene fossi l’ultima arrivata, mi parlava al pari di un collega o di un famoso violinista; mi spiegava le cose con semplicità, con una chiarezza che le rendeva quasi ovvie. Dimostrando di essere, oltre che un grande liutaio, un grande insegnante e un grande uomo.
Fernando Sacconi: un infaticabile sperimentatore
Insieme alla costruzione di attrezzi, nel laboratorio di Bissolotti, e con il suo aiuto, Sacconi aveva iniziato la preparazione di una nuova vernice, che voleva simile a quella di Stradivari e il cui procedimento preparatorio ha poi minuziosamente descritto nel suo libro. Era costantemente alla ricerca di sostanze naturali, di resine introvabili, per una sperimentazione continua.
Mi parlava di liuteria anche mentre lo accompagnavo, con la mia Fiat 500, a trovare la moglie Teresita ricoverata all’ospedale di Cremona. Ricordo con tenerezza che all’inizio era perplesso, come se temesse di salire su una macchinetta così piccola e fragile, ma poi, anche per necessità, prese coraggio e non l’ho mai sentito lamentarsi dell’autista.
L’amore di Simone Fernando Sacconi per gli strumenti antichi
Ero affascinata dal suo grande amore per gli strumenti antichi. Li amava più di qualsiasi altra cosa; quando li prendeva in mano era come se li accarezzasse, maneggiandoli nello stesso tempo con una certa forza. Parlava degli strumenti chiamandoli per nome, come se fossero persone, e ne ricordava tutti i particolari, aveva una memoria incredibile. Diceva che avrebbe voluto scrivere un libro anche sul restauro, per spiegare tutte le sue tecniche perfezionate negli anni presso Herrmann e Wurlitzer (grandi case di restauro a New York); purtroppo, non ne ebbe il tempo.
L’importanza della lezione di Simone Fernando Sacconi
Negli anni, ho scoperto l’importanza della lezione di Sacconi. Ho capito che il suo metodo, caratterizzato da un peculiare approccio mentale, prima ancora che tecnico, e dal pretendere sempre il massimo, nel solco della tradizione degli antichi maestri e nel rispetto dei tempi naturali del lavoro artigiano, è alla base di un buon risultato. Bisogna provar piacere quando si crea uno strumento: lavorare solo per il fine economico, talvolta persino in serie, non giova alla liuteria.
Simone Fernando Sacconi e la valorizzazione della creatività artigiana
Simone Fernando Sacconi ha rimesso al centro della moderna civiltà industriale il valore della creatività del lavoro artigiano, caratterizzato dalla pazienza e dalla cura nel lavoro. Ha rimesso al centro la passione e il desiderio di far bene le cose. Ecco, questa è l’eredità che mi ha lasciato e che ho cercato di trasmettere ai miei tanti allievi in quarantaquattro anni di insegnamento alla Scuola di Liuteria di Cremona, con la speranza di aver sparso un seme fecondo.
Qualcuno sostiene che, fra qualche anno, l’intelligenza artificiale sarà in grado di produrre violini “perfetti” senza bisogno del liutaio, della sua sensibilità, creatività, cultura; della sua capacità di sentire e capire il legno, sempre diverso per provenienza, stagionatura e mille altre variabili. Ebbene da Simone Fernando Sacconi io ho capito, invece, che l’autentica liuteria può essere solo il prodotto di un operare umano; perché gli Strumenti veri, con la S maiuscola, che si tratti di violino, viola, cello o contrabbasso, possono nascere e suonare in un certo modo solo se realizzati dalle mani di un essere umano.

Wanna Zambelli nella sua bottega a Cremona. Foto: © 1983 Cesare Gerolimetto
di Nicola Arrigoni
Amadeus, il mensile della grande musica. Milano, maggio 2025
«Il rispetto del tempo, la pazienza, la possibilità di fare in modo che vernici e legno trovino il loro magico equilibrio è il patrimonio ideale che ci ha lasciato Sacconi, è la sua intuizione che pone il saper fare liutario in un contesto di alto artigianato, in tempi in cui di questo non si parlava e in cui la produzione continua dettava legge o forse detta ancora legge – osserva Wanna Zambelli, allieva di Francesco Bissolotti e testimone diretta delle estati di Simone Fernando Sacconi a Cremona alla fine degli anni Sessanta e inizio anni Settanta del Novecento –. C’è chi obbietta sull’attendibilità delle osservazioni fatte da Sacconi, certo è che il suo libro «I ‘segreti’ di Stradivari» è il primo tentativo di analisi sistemica del modo di fare violini nell’età classica e d’oro della liuteria cremonese. Sacconi ebbe modo di lavorare, analizzare più di 350 strumenti di scuola cremonese dei quali 300 di Stradivari. Da questa esperienza nascono le sue osservazioni che raccolse nel volume «I ‘segreti’ di Stradivari», pubblicato a Cremona nel 1972, ma che provvide, fin da subito, a glossare, modificare, partendo proprio dall’edizione stampata».
Piace partire da una testimonianza diretta per ricordare la figura di Fernando Sacconi a 130 anni dalla sua nascita, il 30 maggio 1895. Perché ricordare Sacconi e perché partire da una testimonianza diretta? Perché raccontare della passione per la liuteria di Fernando Sacconi vuol dire innestare la storia nella memoria della comunità dei liutai. Ed infatti Sacconi è figura centrale, cardine della reinvenzione della liuteria cremonese nella seconda metà del Novecento. Si dirà di più, Sacconi è una sorta di fil rouge che caratterizza la tensione a ridare vita al grande magistero di Stradivari.
L’amore per gli strumenti ad arco nasce nell’infanzia per Sacconi che cominciò a interessarsi alla liuteria aprendo un violino del padre, Gaspare, professore d'orchestra, per vedere come era fatto dentro. È questo guardare che cosa c’è dentro che ha caratterizzato tutta la vita di Sacconi, liutaio, restauratore, ma anche impegnato a rendere la sua esperienza sistema per recuperare l’antico saper fare liutario dei maestri cremonesi, oggi riconosciuto come patrimonio immateriale dell’umanità dall’Unesco. Ed allora il fatto che Sacconi sia stato allievo del bolognese Giuseppe Fiorini non è un caso, fu lui che lo introdusse ai segreti degli strumenti ad arco e lo avvicinò alla grande tradizione liutaria cremonese. Fiorini possedeva i cimeli della bottega di Stradivari, forme e disegni che Sacconi ebbe modo di visionare, prima che fossero donati alla città di Cremona nel segno di un desiderio: che potessero non solo far parte di un museo dedicato alla liuteria, oggi il Museo del Violino, ma soprattutto costituire il punto di partenza e di studio per ridare vita alla grande tradizione cremonese.
Dopo essersi trasferito negli Stati Uniti nel 1931, Sacconi lavorò a New York per Herrmann e successivamente per la celebre casa Wurlitzer, dove affinò le sue abilità di restauratore. Ma Sacconi è a Cremona nel 1937 come consulente per allestire la mostra di strumenti del massimo liutaio nel bicentenario della morte. Dopo la guerra, negli anni '50, iniziò a frequentare regolarmente la città, portando con sé il suo immenso bagaglio di conoscenze. Nel 1962 sentì l’urgenza di catalogare e studiare i reperti stradivariani donati trent’anni prima da Fiorini alla città, contribuendo in modo decisivo alla ricostruzione delle metodologie costruttive stradivariane.
«Ricordo le lezioni e le conversazioni che Sacconi tenne alla scuola di liuteria, ma soprattutto rimangono indelebili nella memoria le giornate estive al lavoro nella bottega di Bissolotti. Sacconi aveva un amore viscerale per la liuteria, per Stradivari e per Cremona. Trascorreva le sue estati in città ed era una persona affabile, disponibile, che non temeva di passare le sue conoscenze a chi, giovane, lavorava al banco da liutaio e muoveva i primi passi nell’arte di costruir violini». Grazie a lui, la liuteria classica venne riscoperta e adottata come standard di riferimento per i moderni liutai. La sua eredità è nel volume «I ‘segreti’ di Stradivari» del 1972 ma che, come ricorda Zambelli, iniziò subito a glossare, confermando quanto lo studio della prassi costruttiva stradivariana non sia lettera morta, ma indagine continua.
Questa è forse la lezione più importante lasciata da Fernando Sacconi: la liuteria e il saper fare stradivariano sono corpo vivo, sono pratica e teoria al tempo stesso, vivono di ricerca e sperimentazione come ha insegnato Antonio Stradivari per tutta la sua vita.
"A Wanna con ammirazione": dedica del maestro liutaio Francesco Bissolotti a Wanna Zambelli. Foto: © 1989 Arturo Capitano, Cremona
di Claudio Gallico
Presentare Cremona al mondo significa offrire l’immagine che costituisce la sua carta d’identità più prestigiosa e conosciuta: l’immagine di città liutaria della grande tradizione classica cremonese, divenuta ormai tappa d’obbligo nei circuiti del turismo internazionale.
La liuteria classica cremonese è quella che nasce coi nomi prestigiosi degli Amati, degli Stradivari e dei Guarneri, ma che affonda le sue radici lontano nel tempo, forse nella stessa cultura della maestosa porta orientale d’Europa: Venezia.
È nel Settecento, il secolo che per l’Europa rappresenta la grande illuminazione della modernità, che Cremona diventa il punto di massima maturazione di un grande artigianato artistico: quello liutario. Dal Cinquecento in avanti, dalla bottega degli Amati a quella di Stradivari, si sviluppa una accumulazione culturale il cui frutto più maturo sarà appunto la nascita della Scuola liutaria classica cremonese. Questa creazione ha la ventura però di incontrarsi con il nuovo processo riformatore iniziato da Maria Teresa d’Austria. Così la fine delle Corporazioni e l’inizio del libero commercio segneranno il rapido declino di questo artigianato artistico e l’inizio di una dispersione che data, purtroppo, dalle figure stesse dei figli di Antonio Stradivari. Questa dispersione avrà l’effetto di rendere praticamente incomprensibili, ai successori, cognizioni e saperi lungamente filtrati e distillati, alimentando il mito del «mistero» stradivariano delle vernici.
Così il punto del maggior splendore della Scuola classica cremonese segnerà anche l’inizio della sua rapida decadenza e l’avvio di una storia rocambolesca di eredità e di falsificazioni. La modificazione successiva del contesto storico e culturale, oltre che della stessa domanda musicale (con una sempre più grande richiesta di strumenti, legata al sorgere delle grandi orchestre ottocentesche), amplificherà questo fenomeno della falsificazione e della imitazione, insieme a quello della mitizzazione della figura di Stradivari. Le sorgenti culturali del suo lavoro diventeranno così praticamente quasi incomprensibili. Il recupero del pieno significato della tradizione classica cremonese è, infatti, una conquista soprattutto moderna.
Tale riscoperta doveva passare necessariamente dalla piena ricomprensione del metodo di lavoro e della tecnica dei classici cremonesi. Era necessaria, per questo, l’opera di una grande personalità e una vera passione. La passione e la personalità saranno quelle di Simone Fernando Sacconi, il grande liutaio e restauratore italiano, scomparso nel 1973, che si era recato nel corso degli anni ‘30 a New York, dapprima presso la Casa Herrmann e poi, fino al concludersi dei suoi giorni, presso la prestigiosa Casa Wurlitzer.
Anche se Sacconi veniva spesso e dimorava a lungo a Cremona, non da tutti ne furono compresi il genio e la lezione. Una lezione attraverso la quale egli faceva dono dell’enorme e preziosissimo patrimonio di esperienza tecnica accumulata presso la Casa Wurlitzer, dove i maggiori concertisti del mondo, da Oistrach a Stern a Menuhin ecc., portavano a riparare i loro prestigiosi strumenti antichi. È aprendo questi strumenti che Sacconi si renderà conto dell’originalità e dell’importanza del metodo costruttivo dei classici cremonesi fondato sulla cosiddetta “forma interna”. La rinascita della liuteria classica si baserà dunque sulla riscoperta e sulla rivalorizzazione di quel metodo.
A Cremona l’occasione per recuperare un primo nucleo di strumenti antichi verrà appunto per iniziativa dello stesso Sacconi e, negli anni ‘60, dell’allora Direttore del Museo di Cremona e Presidente dell’Ente Turismo, professor Alfredo Puerari. A seguito di questa iniziativa, Cremona rientrerà in possesso, non soltanto dei due Amati recuperati da Sacconi (l’Andrea Amati ex Carlo IX di Francia del 1566 ed il Niccolò Amati ex Hammerle del 1658), ma anche di uno dei più splendidi esemplari della Scuola classica: lo Stradivari 1715 detto Cremonese.
Questi strumenti appartengono oggi alla civica collezione esposta nel Palazzo Municipale, recentemente arricchita con l’acquisto del Guarneri del Gesù 1734 da parte della Fondazione «Walter Stauffer» (ndr, collezione poi trasferita nel Museo del Violino). Un riordinato Museo Stradivariano affianca oggi questo nucleo di strumenti prestigiosi, assicurati per un valore di oltre tre miliardi di lire. Ma l’insegnamento tecnico di Sacconi metterà in movimento qualcosa di più ampio. È dello stesso anno della sua morte, il 1973, la fondazione dell’Aclap, ossia dell’Associazione Cremonese dei Liutai Artigiani Professionisti, che ne rappresenta la continuità e insieme l’ispirazione ideale. Sul piano tecnico, la lezione di Sacconi trova a Cremona il suo più prestigioso continuatore nel maestro Francesco Bissolotti, che ha lavorato a lungo con lui, e nell’allieva più diretta dello stesso Bissolotti, quella Wanna Zambelli che è anche la prima donna liutaia italiana, vincitrice del premio intitolato a Simone Fernando Sacconi alla 5a Biennale Nazionale degli Strumenti ad Arco di Cremona.
Il maestro Bissolotti e la liutaia Zambelli rappresentano oggi, in Cremona, lo sviluppo più maturo della linea liutaria classica. Uno dei frutti più complessi di questa cultura è certamente il nuovo rapporto fra costruttore ed esecutore, cioè fra liutaio e grande interprete. Da qui la costruzione della viola speciale a cinque corde commissionata a Bissolotti da Salvatore Accardo (viola con la quale lo stesso Accardo, nella prossima primavera, terrà a Cremona un concerto paganiniano in prima mondiale) e il violoncello costruito dalla Zambelli per Rocco Filippini.
Il recupero tecnico-costruttivo della tradizione da parte di Sacconi è stato poi reinterpretato e approfondito sul piano teorico ad opera del Responsabile culturale dell’Aclap, professor Giuseppe Tumminello, nel volume «Arte Artigianato Società». Il concetto di lavoro liutario, ripensato nella sua dimensione creativa e personale, diventa così la base per un rinnovamento radicale della stessa cultura liutaria, attraverso la riproblematizzazione storica e sociologica del «caso» liuteria. Creatività e personalità quali problemi moderni vengono infatti recuperati alla luce del significato del lavoro nel mondo preindustriale, in ciò che questo può suggerire o restituire all’antropologia dell’uomo moderno.
«Arte Artigianato Società» contiene anche la documentazione fotografica della grande mostra Aclap, in 4 sezioni, dal titolo «Liuteria classica: un metodo» – opera del maestro Bissolotti e di altri liutai – ove viene rappresentato nelle sue fasi fondamentali il processo di costruzione del violino. Sia il libro che la grande mostra itinerante (dal Teatro alla Scala al Comune di Parigi, ecc.) sono il frutto di una collaborazione interdisciplinare fra i membri dell’Associazione che dura ormai da più di un decennio.
L’esperienza dell’Aclap si situa poi in un quadro di Istituzioni, e di iniziative cremonesi, che vanno dalla prestigiosa Triennale Internazionale degli Strumenti ad Arco, al Museo Stradivariano (diretto dal professor Andrea Mosconi) che custodisce i reperti storici più preziosi (forme originali, disegni, utensili, ecc.), ai grandi concerti del Festival del Violino di Cremona sino al ruolo formativo di base dell’Istituto Professionale Internazionale di Liuteria.
La realtà cremonese ci sembra una testimonianza viva di ciò che l’«estro» e il genio italiani possono offrire al mondo. In particolare, questo prestigioso artigianato artistico consente di esportare un prodotto personalizzato frutto di un’antica tradizione, capace di differenziarsi dalla produzione su scala di massa (vedi le fabbriche di violini giapponesi o tedesche).
Il rapporto fra produzione e tradizione è tornato poi ad essere nuovamente centrale in questo periodo di crisi dello sviluppo industriale. Soprattutto nei Paesi di antica tradizione industriale è oggi mutato l’atteggiamento verso il lavoro, al punto che un grande economista come John K. Galbraith ritiene che «l’ultima frontiera è l’artista» e non la tecnica. Per questo il grande economista americano rivaluta l’importanza della bellezza nei prodotti, in particolare della tradizione italiana: "i manufatti italiani sono i più belli di quelli di qualunque altro Paese". A maggior ragione, dunque, questa affermazione può valere per la liuteria classica, ossia per una delle tradizioni italiane di maggiore qualità e di più consolidato prestigio internazionale. Tanto è vero che il suo pubblico è ormai un pubblico cosmopolita.
Il Made in Italy si sposa dunque felicemente con questa tradizione che può rappresentare l’immagine creativa del nostro Paese nel mondo. Un’immagine che, tuttavia, dovrebbe essere meglio garantita all’origine attraverso un marchio costruttivo che consenta di riconoscere la linea dei prodotti classici nel settore liutario.
In questo senso, il nome di Cremona non funzionerebbe più come semplice etichetta per il più vasto pubblico, ma diverrebbe un’effettiva garanzia di selezione e di qualità costruttiva anche per l’amatore, sia esso collezionista o grande interprete. Una liuteria Made in Cremona può diventare una delle più felici traduzioni del lavoro e dei prodotti di alta classe Made in Italy.
Articolo tratto dalla rivista «Made in Italy» (n. 2, primavera 1984, pp. 72-79). «Made in Italy» è una lussuosa pubblicazione stampata, in lingua inglese, per la Società «The Made In» inc., consociata del Gruppo italo-americano «Fideurart Publishing Group» con sedi a Roma e New York.
Professore Ordinario di Storia della Musica e Direttore dell’Istituto di Musicologia dell’Università di Parma

Il violino di Antonio Stradivari detto Cremonese 1715. Cremona, Museo del Violino. Foto: © 2023 Luca Valcarenghi, Cremona

Cremona. Il Torrazzo, la Cattedrale e il Battistero
diGiuseppe Tumminello*
Suggeriva Paul Cézanne: "... essere degli artigiani, servirsi di un materiale rozzo, il più naturale possibile". Un materiale originario, dunque, da portare a compimento nella forma finale, vale a dire nell'oggetto della creazione. È questo l'itinerario creativo del lavoro tanto nell'artigianato che nell'arte. In particolare, nell'artigianato artistico questo passaggio, questo nesso, risulta riconoscibile lungo tutto l'arco del processo di emancipazione della forma, dalla materia originaria al valore conclusivo del lavoro. Nella liuteria, poi, il processo si svolge dal legno vivo dell'albero al canto finale dello strumento, dove la produzione del suono s'accoppia con la materia lignea sin nelle sue fibre più intime. Il lavoro, insomma, tien viva la natura dei materiali originari e ne esalta il valore antico per il tramite della cultura. È in questo senso che, ancora oggi, nella liuteria moderna di qualità, ispirata alla scuola classica cremonese, sembra realizzarsi il sogno degli antichi ed in particolare il grande mito che fu degli alchimisti.
Così, verrebbe da chiedersi perché mai, oggi, dopo tanta esaltazione del macchinismo e dei miracoli della tecnica, il discorso sulla natura delle tradizioni artigianali ci affascini tanto. Sembra, infatti, che il nostro passato più antico torni ora a rivisitarci, proprio alle soglie della civiltà elettronica, quando sembriamo ormai completamente assorti nel cercare di decifrare il complesso ribaltamento di piani e di contesti cui ci costringe la rivoluzione informatica, o la robotica, e tutte le altre grandi trasformazioni che fanno della nostra epoca il tempo vissuto della transizione.
Benché il bisogno di riscoperta del passato e delle sue tradizioni sia un fenomeno esploso soltanto in questi ultimi anni, l'Aclap (Associazione Cremonese dei Liutai Artigiani Professionisti) ne ha fatto, ormai da più di un decennio, la ragion d'essere della sua attività, e pertanto il motivo di ispirazione fondamentale del proprio lavoro. La storia della Associazione coincide infatti con lo sviluppo delle sue idee-forza. Era destino, forse, che proprio da parte di coloro che avevano tanta attenzione e cura per i processi di natura artistica e artigianale, si dovesse avvertire per primi la necessità di non perdere il contatto con le radici più antiche del lavoro umano e con la sua creatività originaria.
Ma cosa poteva significare, nel nostro mondo fatto di velocità e di funzionalità, la riscoperta del significato antico del lavoro? Mi pare che a questo interrogativo risponda, implicitamente, il mito di Stradivari la cui diffusione è in apparenza tanto contrastante con la complessità di "lettura" e di reale comprensione del processo costruttivo di uno strumento ad arco. Quel mito racchiude infatti l'idea viva di una personalità creatrice che sfida i secoli e le stesse moderne tecniche di accertamento e di indagine. Il mito stradivariano appare, insomma, ben racchiuso nella sensibilità e nel genio dell'uomo antico. Ecco perché il famoso "mistero" della vernice stradivariana assumerà un valore di sfida culturale della genialità antica nei confronti del mondo moderno e dei suoi laboratori.
Da un punto di vista tecnico-liutario sarà il grande Simone Fernando Sacconi che, grazie alla sua esperienza più che trentennale di restauratore degli strumenti classici antichi soprattutto presso la Casa Wurlitzer di New York, recupererà tutta l'importanza del metodo classico della "forma interna" quale pietra angolare da cui nasce e si sviluppa l'intera architettura classica dello strumento.
Alla scuola di Sacconi si perfezionerà poi il maestro liutaio Francesco Bissolotti, continuatore – in Cremona – della tradizione dei classici; mentre sulla base dell'insegnamento di Sacconi si formerà, nella bottega di Bissolotti, l'allieva più diretta di questi, quella Wanna Zambelli che è anche la prima donna liutaia italiana, vincitrice del premio dedicato allo stesso Sacconi dalla V Biennale Nazionale degli Strumenti ad Arco di Cremona (settembre 1973).
Il metodo della forma interna significa anzitutto il rifiuto di ogni facilità e rapidità costruttiva, tipiche delle tecniche di assemblaggio seriale dello strumento, in favore, invece, della sensibilità costruttiva classica, la quale esige che ogni strumento costituisca un pezzo unico, cioè l'espressione di una personalità creativa ben caratterizzata.
Il mito dell'antico che fa da corona all'immagine del violino deriva infatti, essenzialmente, da questa coincidenza fra qualità e personalità, per cui la forza qualitativa dello strumento coincide interamente con la sua personalità costruttiva.
Poiché l'artigianato è per sua stessa natura un perfetto incrocio fra l'antico e il moderno, la qualità si identifica dunque con la tradizione, ovverossia con una continuità di ispirazione a un modello che non è né imitazione né, tantomeno, duplicazione. Infatti, l'ispirazione deriva dal modello mentre l'uso del metodo consente – invece – la creazione del nuovo. In tal modo, tradizione e personalizzazione del prodotto vengono a coincidere, divenendo simbolo di creazione individuale in un mondo che, come il nostro, si fa sempre più impersonale (nonostante i "nuovi cieli della tecnologia"), dove il marketing tende a coincidere con la Kermesse e questa con il Kultur-market, dove la creazione è per lo più confusa oramai con il mixaggio dei sintetizzatori, mentre la bottega viene sostituita dalla boutique ed il quadro-comandi prende il posto del banco di lavoro.
L'artigianato classico assume così il significato di uno spazio entro il quale si gioca la "magia" della sperimentazione del suono e della sua creazione. I liutai classici, infatti, veri artigiani del suono italiano, ci richiamano nel loro lavoro alla simbiosi primaria fra lo strumento e il suo costruttore e, dunque, alla magia creativa del rapporto fra strumento ed esecutore.
Un tentativo di visualizzare la "magia" di questo lavoro è appunto la mostra Aclap «Liuteria classica: un metodo», dove la sequenza dei pannelli cerca di sviscerare il lavoro liutario nei suoi passaggi fondamentali. Il discorso sul metodo costruttivo dello strumento diventa allora il discorso sulla qualità e le sue garanzie. La più importante delle quali è rappresentata dall'uso della forma interna, sola matrice della liuteria classica, ma anche dal rispetto della natura viva dei materiali, dei loro processi, dei loro ritmi interni costitutivi.
Fondamentale diventa, in questo senso, per esempio il discorso della stagionatura. Nella liuteria classica, stagionare significa non essiccare artificialmente, cioè non tentare di forzare i tempi del processo naturale poiché tale forzatura sfibrerebbe il legno, compromettendone la resa acustica. Allo stesso modo, nella verniciatura, la sostituzione di prodotti chimici alle resine naturali finirebbe per compromettere le qualità vive e naturali del legno. Mentre – per fare un altro esempio – l'uso di spessori troppo bassi (particolarmente nella tavola armonica) se da un lato rende la voce subito più potente, dall'altro si traduce, nel tempo, in un infiacchimento dello strumento, cioè in una progressiva perdita delle sue qualità sonore. Il buono strumento, al contrario, è destinato ad accrescere e a migliorare nel tempo tali sue qualità. In una parola, il lavoro antico conserva la religione della natura. Antica è, infatti, la natura e sempre nuova. Forse il vero mistero, il "segreto" stradivariano perduto, è proprio questa religione della materia naturale e del metodo costruttivo artigianale.
Storicamente, dunque, quella del violino appare un'immagine culturale ricca in quanto particolarmente ricettiva: non a caso la incoronano i miti. Accanto a quello maggiore del mistero stradivariano della vernice si colloca – infatti – quello altrettanto diffuso del capolavoro antico disperso e ritrovato, cioè il mito del tesoro nascosto presso un rigattiere o nella propria soffitta abbandonata. Così, attraverso il tesoro, cioè il mitico oggetto ritrovato, il mito stesso allude alla possibilità di riconquistare una qualità intrinseca dimenticata, un valore, insomma, legato al lavoro ed alla capacità che ciascuno custodisce dentro di sé, per lo più a sua insaputa. Il tesoro si rivela in tal modo il segreto della propria creatività, naturale ed antica, necessaria a far rivivere gli oggetti ed a conferire loro valore.
È a questo punto che il mito dello Stradivari disperso, misconosciuto o dimenticato, ci rivela a sua volta il "mistero" del suo significato nascosto. Non certamente quello di un racconto antiquario quanto piuttosto il valore, il senso, d'una trasposizione simbolica circa la necessità per l'uomo – per ogni uomo – di tornare a ritroso nel tempo, verso le origini, per poter ritrovare il valore antico della sua creatività primigenia. Il mito, insomma, si rivela, come sempre, la narrazione fantastica e condensata di un ritrovamento essenziale, meraviglioso: quello della nostra capacità creativa primaria che supera ogni valore tecnico, misurabile e predeterminato.
L'intera storia della liuteria – questo straordinario artigianato artistico – appare intessuta e attraversata, quasi permeata, dai miti, i quali si offrono in tutto il loro prezioso significato culturale alla intelligenza dell'uomo moderno, posto che questi non si faccia accecare dalla presunzione dell'onnipotenza tecnologica. Ecco perché il famoso problema della tradizione in realtà nasconde quello della trasmissione, cioè il dramma delle differenti sensibilità che l'uomo rivela nel corso della propria storia culturale. Tale sensibilità ci viene trasmessa per mezzo delle opere e la liuteria è prima di tutto opera e poi prodotto. Opera, dunque, ma anche prodotto, dove è l'elemento culturale a plasmare quello produttivo e non viceversa.
È in questa chiave di lettura che si pone oggi il problema di garantire la natura tecnica e culturale autentica dello strumento moderno su modello classico.
Garanzia significa infatti un rapporto fra costruttore ed acquirente/amatore basato su un apprezzamento tecnico-culturale comune. Personalità, metodo e qualità sono pertanto le caratteristiche che, come prodotto, devono rientrare nell'area di salvaguardia DOC. Il problema del metodo trova qui la sua centralità culturale, anche se esso non va confuso, come tale, con la storia mirabolante delle imitazioni e delle falsificazioni degli strumenti classici antichi, che costituisce in un certo senso il rovescio e la negativa di quella ufficiale e rinomata.
È noto poi che il problema delle falsificazioni affligge molte delle creazioni italiane dei settori più noti e rappresentativi. Da qui la necessità di salvaguardare l'immagine culturale dei prodotti che – come la liuteria classica – rappresentano anche una delle identità storiche del nostro paese.
Questa linea di tendenza, tenacemente perseguita dall'Aclap per più di dieci anni, si sposa oggi felicemente con la piena affermazione dei prodotti italiani di qualità, che vanno sotto la denominazione comune di Italian Style o Made in Italy. Sono prodotti che si sono imposti grazie all'alto contenuto di creatività, quale viene loro da tradizioni antiche sempre rinnovate.
Autorevoli economisti come John Kenneth Galbraith hanno parlato per questo di "ricetta italiana" e di una "industria creativa a base prevalentemente artistica". Il segreto del nome di questi prodotti è nella loro bellezza, mentre il segreto di tale bellezza è nella creatività che accompagna l'amore del lavoro, o meglio, il lavoro quale atto amoroso creativo. Per questa ragione vorrei concludere il mio breve discorso sulla liuteria classica, ricordando le parole, i versi, del grande poeta arabo-libanese Gibran Kahlil Gibran nel suo poema maggiore, «Il Profeta».
Scrive Gibran: "Lavorare con amore? ... / Il lavoro è amore rivelato. / Se non potete lavorare con amore, ma esso vi ripugna, / lasciatelo, meglio è sedere alla porta del tempio / per ricevere elemosine da chi lavora con gioia".
*Giuseppe Tumminello, sociologo e responsabile culturale Aclap. Articolo tratto dalla rivista internazionale in quattro lingue «Welcome, appuntamenti italiani». Milano, luglio 1983

Ricostruzione di una antica bottega di liuteria. Immagine tratta dallo storyboard del film Stradivari di Giacomo Battiato, con Antony Quinn, Stefania Sandrelli e Valérie Kaprisky. Colonna sonora a cura di Salvatore Accardo. Cremona, 1988. Foto © Mino Boiocchi, Cremona

Da sinistra: Il violinista Salvatore Accardo e il maestro liutaio Francesco Bissolotti nella bottega di via Milazzo a Cremona. Foto: © Alamy Images
«Le Città della Musica / Cremona, dove i celebri violini si continuano a costruire come nel Settecento»
di Ettore Mo
inviato speciale del Corriere della Sera
Cremona, 24 maggio 1987
C’è un momento magico, ogni mattina, nella Saletta dei Matrimoni del palazzo comunale di Cremona: ed è quando un distinto signore, il professor Andrea Mosconi, preleva con delicatezza un violino da una teca di cristallo e attacca a suonare. C’è, nei suoi gesti, qualcosa di sacerdotale, come stesse celebrando un rito.
E rito è, infatti. A Mosconi, conservatore dei Beni liutari, il Comune ha affidato il compito di tener “desti” i cinque violini custoditi nel locale e protetti da un’assicurazione di tre miliardi, che sono la quintessenza dell’arte liutaia cremonese dalla metà del ‘500 alla metà del ‘700. Ma proprio per evitare che la loro anima si affievolisca e si estingua, è necessario pizzicarli e farli vibrare un poco ogni giorno.
Questa mattina, il massaggio cardiaco cui assisto in mezzo a una scolaresca incantata e anche un po’ intimorita – sembra – dal prodigio dell’immortalità degli strumenti è per un Giuseppe Guarneri, detto del Gesù, anno di nascita 1734. Andrea Mosconi tende l’arco e arriccia le dita sulle corde, per una sonata di Bach: e il suono che ne esce è fresco e puro, denso nelle note gravi, mai stridulo nelle acute. Gli esperti sostengono che gli è rimasta intatta la voce dell’infanzia.
Gli altri violini stanno chiusi nelle bacheche di vetro, protetti da un panno, in attesa del loro turno: e così non abbiamo la fortuna di ascoltare un Andrea Amati del 1566, un Niccolò Amati del 1658, un Giuseppe Guarneri (figlio di Andrea) del 1689 e, soprattutto, un Antonio Stradivari del 1715, etichettato col nome del violinista ungherese – Joseph Joachim – che ne entrò in possesso alla fine del secolo scorso.
La liuteria e Cremona sono tutt’uno, anche se qualche scanzonato sostiene che il torrone può vantare lo stesso diritto, sul piano dell’identificazione. Resta però difficile negare che se c’è una città visceralmente legata alla musica, questa è Cremona. E la caratteristica di questo rapporto ombelicale sta nel fatto che gli Amati, i Guarneri e gli Stradivari – artigiani principi – non sono un mito relegato nei tabernacoli della Saletta dei Matrimoni, oppure tenuto in vita dai concertisti che usano i loro prodigiosi strumenti. Al contrario. È una realtà tuttora operante, sfuggita alle computerizzazioni, alle macchine, al lavoro in serie. Un violino, una viola, un cello, un contrabbasso qui nascono ancora dalle mani di un uomo.
Per rendersene conto, basta fare un salto al numero 18 di via Milazzo. C’è la bottega di Francesco Bissolotti, maestro liutaio, e dei suoi tre figli, Maurizio, Vincenzo, Tiziano. Basta affacciarsi alla soglia degli ottanta e più laboratori che producono, con parsimonia, strumenti a corda, rispettando scrupolosamente le regole e i procedimenti stabiliti trecent’anni or sono.
Appena dentro l’atelier del Bissolotti, uno si chiede che differenza possa mai esservi – di cose, d’atmosfera, di odori – da quello occupato dallo Stradivari dal 1680 al 1737 (anno della morte) nella parrocchia di San Matteo: stesso banco d’artigiano con le morse, stessa antica, essenziale attrezzatura con sgorbie, pialle, lime, rasiere, seghe, compassi; stessi profumi di resina, alcool, mastice, zafferano e sangue di drago e, soprattutto, quell’acuto sentore di montagna e di bosco degli aceri dei Balcani e dell’abete rosso della Val di Fiemme.
Cinquantotto anni, agile, la barba tuttora nerissima abbarbicata alle sue forti mascelle di campesino della Bassa, questo signor Bissolotti sembra davvero impersonare il tipo dell’artigiano puro, che ha messo la sua perizia manuale a disposizione di una grande, acuta sensibilità musicale.
“Sono nato a Soresina, qui vicino, il 2 aprile del ‘29. I miei erano contadini, mio padre faceva il mandriano, o il bergamino, come si dice da queste parti. A nove anni ho preso in mano il primo violino; a 17 ne ho costruito uno. Ho fatto la scuola di liuteria, regolare. Mi sono diplomato a pieni voti, dopo quattro anni. Poi ho insegnato nello stesso istituto, per 22 anni.”
Bissolotti ha l’umiltà di riconoscere che deve molto, anzi, moltissimo al grande liutaio e restauratore Simone Fernando Sacconi, trasmigrato a New York negli anni Trenta per lavorare prima alla Casa Herrmann e poi alla Casa Wurlitzer, dove approda il meglio degli strumenti del mondo: “Ma ogni anno – racconta – Sacconi tornava a Cremona, per respirare l’aria che era stata di Stradivari. Veniva a trovarmi qui, in bottega. Lui, i violini li apriva, li odorava, li studiava: insomma, ne carpiva l’anima. L’ho visto al lavoro e ho imparato molto. È stato l’anello di congiunzione tra la liuteria del passato e quella odierna.”
Nessuno sembra aver dubbi che, grazie anche alla geniale operazione di Sacconi, tocchi oggi a Bissolotti il diritto di essere considerato – insieme alla sua allieva Wanna Zambelli – l’autentico erede degli Stradivari e dei Guarneri: un titolo di merito che gli è stato conferito, anche ufficialmente, nel ‘73, quando lo fecero presidente dell’Associazione cremonese dei liutai artigiani professionisti (Aclap).
“Si è certamente stabilito un nuovo rapporto tra costruttori ed esecutori, con reciproco giovamento – mi dice Franco Feroldi, che dell'Aclap è vicepresidente –, una collaborazione personale e diretta. Ogni strumento nasce su commissione, con requisiti particolari. Dalla bottega di Bissolotti è uscita la viola a cinque corde per Salvatore Accardo; dal laboratorio della Zambelli il violoncello per un altro grande interprete, Rocco Filippini.”
Il 250° anniversario della morte di Antonio Stradivari, che ricorre proprio quest’anno (il 18 dicembre) non può lasciare indifferenti i cultori e gli appassionati di liuteria: ma non si tratta certo di avvenimenti che possano scatenare frenesie collettive. Si tratta di una festa privata e quasi segreta per quei pochi che dei grandi liutai del Sei-Settecento si son fatti una ragion di vita, un’unica, esclusiva passione.
È il caso di Elia Santoro, un giornalista del luogo che da anni affianca al suo mestiere di cronista locale questa specializzazione storico-musicale. “È dal ‘53 che batto su questo chiodo – ammette – frugando negli archivi e nelle biblioteche.” Parla di Stradivari come lo avesse conosciuto personalmente: anzi, come avesse lavorato nella sua bottega, tanto sembrano profonde le sue cognizioni tecniche sul legno, la stagionatura, le vernici.
Parla degli undici figli che ha avuto da due mogli (“era un uomo ligio, morale”), dei soli due – Francesco e Omobono – che lo hanno seguito nel mestiere e di un terzo infine – Paolo – (“un bighellone, un vitellone”) che si mise a fare il mercante, trafficando anche indegnamente con la produzione paterna. Ma gli archivi non compensano la sua curiosità e la sua ansia di ricerca e alla fine si trova in mano una smilza biografia dello Stradivari, anche perché “la sua vita non è stata ricca di avvenimenti”. Tra le poche cose certe (…) la data di morte nel 1737.
Ci si chiede ora che taglio possa avere – data la scarsità di elementi biografici – il film Tv che sta per essere girato sul grande liutaio: è legittimo il sospetto che una versione romanzata della sua esistenza finisca col prevalere su un rigoroso impianto documentaristico, nonostante la consulenza storica di Elia Santoro. Né è possibile prevedere quanta credibilità possa conferire al personaggio la presenza, sullo schermo, di Anthony Quinn, interprete di Stradivari, mentre i figli dell’attore impersoneranno i figli del liutaio. Ma – dulcis in fundo – saranno le mani di Bissolotti e della sua prole a manipolare l’acero e l’abete rosso quando la cinepresa dovrà riprendere il mistero gaudioso della nascita dei violini.
La liuteria rimane certo la parte più cospicua della vita musicale cremonese, con la sua scuola – fondata nel ‘38 – che ospita 130 allievi, provenienti da ventotto Paesi diversi, tra cui, per la prima volta, la Cina. Ma vi sono altre attività e istituti, legati anche ai nomi dei due geni locali, Monteverdi e Ponchielli: una scuola civica intestata al primo, un teatro lirico di buona fama, recentemente municipalizzato, dedicato al secondo.
Sul piano dell’insegnamento, Cremona è in grado di vantare una scuola di Paleografia musicale (biennio, con diploma) e una facoltà di musicologia (4 anni di corso, con laurea) frequentata da 450-500 studenti: “In ambedue i casi – mi dice il professor Ugo Gualazzini, giurista di fama ma attentissimo ai fatti musicali della sua città, visto che ‘il diritto e la musica hanno due strutture eguali, fondate sulla logica’ – siamo di fronte a organizzazioni didattiche condotte con estrema serietà: selezione severa, obbligo di frequenza, docenti di prim’ordine.”
E i fondi? Beh, qui si entra un po’ nella favola, una favola che porta il nome di Fondazione Stauffer. È la storia di un uomo di origine svizzera ma nato nel Cremonese (Walter Stauffer, appunto) che accumula una straordinaria fortuna con un’industria casearia: e che, non avendo eredi (muore nel ‘74), lascia il suo patrimonio a Cremona, perché lo gestisca a favore della musica e della liuteria in particolare. Mai nessuno aveva pensato, fino ad allora, che potesse nascere un rapporto così fecondo tra formaggi e violini.
Si deve certo ai contributi della Fondazione (oltre che alla sensibilità del Comune di Cremona, col sindaco Renzo Zaffanella, e all’intraprendenza dell’assessore alla cultura, Luigi Magnoli) se la città di Stradivari può oggi permettersi dei corsi di perfezionamento affidati a concertisti di fama internazionale come Salvatore Accardo (violino), Giuranna (viola), Filippini (violoncello) e Petracchi (contrabbasso).
“È il nostro fiore all’occhiello – dice Paolo Salvelli, che della Fondazione è vicepresidente –. I corsi durano 8 mesi, da novembre a giugno. Diciotto ore di lezione al mese. Completamente gratuiti. Sono tutti ragazzi già diplomati, ma le audizioni sono severissime. Ne abbiamo da tutte le parti d’Italia, mentre la presenza straniera è limitata.”
È però legittimo chiedersi, mentre Accardo e compagni stanno forgiando la futura aristocrazia del concertismo, se la gioventù di Cremona non si senta perduta, per mancanza d’ossigeno, nell’ossessionante clima del classico. Nessuno ha ancora scritto sui muri, ʍ Stradivari o a morte Beethoven, ma potrebbe capitare.
“Oh no – dice il sindaco tranquillo –, ci sono tanti progetti per i giovani. Abbiamo creato spazi per i rockettari, soltanto l’altro giorno è stato inaugurato il Cascinetto, un locale tutto loro, dove si potranno sfogare. Ci sono complessi pop, jazz band, cori polifonici di studenti.
Suona bene, insomma, questa Cremona di fine maggio, dove Monteverdi e Bach possono impunemente coabitare con i Beatles, i Duran Duran e Vasco Rossi. E se aspetti il mercoledì, giorno del mercato del bestiame, la città presenta quel suo altro volto, non meno autentico, di antico borgo rurale agricolo, la Cremona dei «turun turazz tetazz», bella turgida gagliarda e godereccia, al settimo posto in Italia per reddito pro capite.
E ti viene da pensare, senza spavento, che nelle vene di questi grossi sensali e allevatori di suini scorre lo stesso sangue che nelle vene dei maestri liutai, come il Bissolotti di Soresina: e che in fondo grugniti e sospiri di violino non sono in disaccordo tra di loro, perché musica della stessa terra.
Ettore Mo, Cremona 24 maggio 1987 © Corriere della Sera

Wanna Zambelli nella sua bottega di liuteria a Cremona. Foto: © 1985 Archivio Zambelli
Gli strumenti di Wanna Zambelli sono apprezzati non solo per la precisione costruttiva, ma anche per una voce molto riconoscibile, frutto della fedeltà al metodo classico cremonese e della sua ricerca maniacale dell’equilibrio tra legno e vernice. Queste le principali caratteristiche sonore:
Timbro
Caldo e ricco di armonici: il suono ha una profondità che avvolge, senza asprezze, ideale per repertori lirici e cantabili.
Equilibrio tra registri: bassi pieni e rotondi, medi corposi, acuti brillanti ma mai striduli.
Proiezione e potenza
Grande capacità di proiezione: il suono “viaggia” bene in sala, mantenendo chiarezza anche a distanza.
Risposta pronta: l’attacco della nota è immediato, qualità molto apprezzata dai solisti.
Colore e dinamica
Ampia gamma dinamica: dal pianissimo più delicato al forte più incisivo, senza perdita di qualità timbrica.
Tavolozza di colori: la verniciatura naturale e il legno molto stagionato contribuiscono a un suono sfaccettato, capace di cambiare “colore” a seconda dell’arco e della pressione.
Fattori costruttivi che influenzano il suono
Uso di legni selezionati e stagionati molto a lungo, per stabilità e risonanza ottimali.
Vernici a base naturale, applicate lentamente, che lasciano vibrare liberamente la tavola armonica.
Modelli ispirati ad Antonio Stradivari, Guarneri del Gesù, Gasparo da Salò, Carlo Testore, Camillo Camilli e altri maestri, adattati con sensibilità personale.
In sintesi, i suoi strumenti uniscono la dolcezza e la cantabilità tipiche della scuola cremonese a una potenza sonora moderna, capace di soddisfare sia il musicista da camera sia il concertista.

Wanna Zambelli a Volongo (Cremona), suo paese natale. Foto: © 1972 Archivio Zambelli
Incontro con Wanna Zambelli, prima donna italiana a diplomarsi in liuteria
di Hélène Desbos
Deuxième Page, Paris
1 juin 2019
Nel 1972 Wanna Zambelli è la prima donna italiana a diplomarsi in liuteria, seguendo un sapere tradizionale tramandato fin dal XVI secolo. Un anno dopo il diploma, al quinto concorso biennale nazionale di liuteria di Cremona, vince la medaglia d'oro per il miglior violino nella categoria under 30. A soli 21 anni, Wanna Zambelli ottiene un incarico di insegnamento presso la Scuola Internazionale di Liuteria di Cremona e vi insegna per quarantaquattro anni. Ha accettato di rispondere alle nostre domande, ripensando alla sua carriera impressionante e resiliente.
Per cominciare, puoi presentarci brevemente l'ambiente in cui sei cresciuta?
Sono nata nel Nord Italia, in un piccolo paese in provincia di Cremona, proprio come i miei genitori. Mio padre era un contadino e mia madre una casalinga e sarta.
All'epoca (anni '60-'70, ndr), nel mio paese, dopo la scuola media inferiore si andava subito a lavorare. Questo significava finire in fabbrica o aiutare nell’azienda di famiglia, perché tutti noi provenivamo da famiglie di modesti contadini. Tutta la nostra vita era già tracciata: i figli rimanevano a casa con i genitori per lavorare e le figlie se ne andavano intorno ai 20 anni, per sposare qualcuno del posto.
Le donne erano quindi trattate in modo molto diverso dagli uomini.
Sì. Sono sempre stata infastidita dal fatto che, fin dall'infanzia, le ragazze non potessero fare le stesse cose dei ragazzi. Ad esempio, non potevano uscire a giocare quando i ragazzi uscivano, a qualsiasi ora, per andare al campo di calcio. Dovevamo rimanere a casa e aspettare ordini: “Devi preparare la tavola! Devi indossare la gonna!” Ma io ho iniziato subito a mettermi i pantaloni! Per fortuna mia madre faceva la sarta e me li confezionava lei. A 18 anni il mio sogno era quello di avere la patente, perché ai miei tempi erano poche le donne che ce l'avevano.
È stato il tuo desiderio di emancipazione che ti ha spinto a scegliere la liuteria?
Ad essere onesta, quella vita non era proprio il mio sogno. Prima di entrare alla scuola di liuteria non sapevo nulla, nemmeno cosa fosse un liutaio. Ma fin da bambina – non so perché – ho sempre voluto fare le cose che nessun altro faceva. Per esempio, ero l'unica della mia classe che studiava. A differenza degli altri, io volevo andare avanti. Non avevo molta scelta perché l’azienda dei miei genitori era troppo piccola perché io ci potessi lavorare.
Come hai scoperto l'esistenza della scuola di liuteria?
Sono sempre stata attratta dai mestieri manuali. Penso che se non avessi fatto la liutaia sarei diventata sarta o cuoca, ma a Cremona non c'erano corsi di formazione del genere.
Volevo fare qualcosa, andare a scuola, ma non sapevo dove, perché avevo capito che non avevo il livello di preparazione sufficiente per continuare gli studi al liceo. Mia madre chiese consiglio a un maestro del paese che insegnava al liceo artistico di Cremona. Ha spiegato che il direttore della scuola di liuteria era sempre alla ricerca di studenti, perché nessuno era interessato.
Siamo andati, e c'erano solo tre studenti, tra cui una sola ragazza, una francese che alla fine dell'anno avrebbe terminato la scuola. Il Maestro Pietro Sgarabotto mi accolse con gioia perché stava per perdere la sua unica allieva.
Suonavi uno strumento musicale?
No, per niente, anche se nella mia famiglia mio padre e mio zio suonavano strumenti a fiato. Ma all'epoca solo i ragazzi potevano fare musica.
Come ti sei integrata in una scuola composta solo da uomini?
Quando ho iniziato, eravamo in sei. Era il primo anno, su quattro in totale. Eravamo solo due italiani, gli altri erano stranieri e avevano più di 20 anni.
Nessun'altra ragazza è entrata a scuola durante il mio corso di studi, ma non mi sono mai sentita trattata peggio degli altri; probabilmente perché ero la migliore, o almeno la seconda, ma mai sotto. A poco a poco, la scuola cremonese e la liuteria acquistarono notorietà e il numero degli allievi aumentò fino a 10 studenti, poi 15 nel mio ultimo anno.
Ti è piaciuta subito la liuteria?
Appena ho iniziato la scuola, ho capito che mi piaceva! Sono stata fortunata perché il maestro Francesco Bissolotti, che mi aveva visto a malapena il primo giorno, è stato subito entusiasta del mio lavoro. Mi ha detto: "Appena finisci la scuola, vieni a lavorare per me". Andare a scuola per me era divertente. Quando arrivavano le vacanze mi annoiavo, perché non avevo niente da fare a casa.
Come ha reagito la tua famiglia a questa tua particolare scelta professionale?
Nessuno sapeva cosa fosse la liuteria. La gente mi guardava in modo strano quando ne parlavo. Ultimamente, ho pensato a tutti quegli anni e alla mia povera madre. Deve aver ricevuto molte critiche per aver avuto una figlia come me. Ma lei non mi ha mai detto niente e a me non importava. Mi piaceva e non ci vedevo nulla di sbagliato.
Dopo la scuola, qual è stato il tuo background?
Ho lavorato per due o tre anni nella bottega del Maestro Francesco Bissolotti, e poi lui mi ha detto che, se volevo iniziare a lavorare da sola nella mia bottega, mi avrebbe aiutato a vendere i miei strumenti.
Nel frattempo, poiché il numero degli studenti era in costante aumento, la scuola di liuteria mi ha assunto. Avevo 21 anni e sono rimasta lì per quarantaquattro anni, fino alla pensione. Ho dovuto chiudere il mio laboratorio nel 1993 (aperto nel 1975, ndr) perché con la scuola, e con i miei genitori di cui mi occupavo, era complicato riuscire a fare tutto. Ho continuato a fare la liutaia per hobby, vivendo con la pensione della scuola.
Durante i tuoi anni di insegnamento, hai visto aumentare il numero di studentesse. Perché era così difficile per le donne fare liuteria?
Quando ero un'insegnante, c'erano solo due o tre donne all'anno. Poi, ce ne sono state sempre di più. Sapevano fare questo tipo di lavoro, al pari degli uomini. Ma la società diceva loro: "No, come donna, devi fare quello". Quindi non capivano nemmeno che erano in grado di fare qualcos'altro. Quando sono state in grado di sviluppare un po' queste capacità, sono diventate consapevoli del loro potenziale.
Come donna e professoressa, hai guardato i tuoi studenti in modo diverso?
Ho sempre fatto le cose senza mai pensare che gli uomini potessero essere migliori. È stato spontaneo, senza calcoli. Ero più attenta al follow-up delle donne, per incoraggiarle.
Era importante fornire questo supporto alle donne poiché era più difficile per loro immaginarsi di diventare dei veri liutai?
Un po', sì. Alcune sembravano pensare che, alla fine, il loro destino fosse quello di sposarsi e quindi di smettere la liuteria. Quando nascono i bambini, le cose si complicano troppo. Ho avuto allieve che sono tornate al lavoro diversi anni dopo aver smesso. Quelle che hanno voluto il loro laboratorio e ci sono riuscite sono in definitiva poche.
Ma ho conosciuto anche allieve che erano lì perché avevano seguito i loro mariti o fidanzati venuti a Cremona per studiare liuteria. All'inizio li accompagnavano per non rimanere a casa a far nulla, poi hanno scoperto la liuteria. E alcune erano molto migliori dei loro mariti! Ricordo un francese che voleva fare questo lavoro ma non era abbastanza preciso, mentre sua moglie lo era molto di più. In casi come questi, le donne non volevano far vedere di essere più dotate.
Poco dopo aver completato gli studi, hai partecipato al concorso biennale nazionale di liuteria a Cremona e hai vinto la medaglia d'oro per il miglior violino nella categoria liutai sotto i 30 anni.
L'unica volta che ho partecipato a un concorso, ho vinto il Premio Sacconi. Avevo 20 anni. A giugno, tre mesi prima del concorso, il Maestro Sacconi morì e si decise allora di dedicargli un premio. Francesco Bissolotti mi chiese di partecipare, perché avevo conosciuto Sacconi quando era venuto a lavorare nel suo studio. Sacconi mi aveva anche chiesto di andare a lavorare con lui negli Stati Uniti, ma non parlavo inglese e non volevo andarmene perché non mi piaceva il restauro dei violini.
Penso che se ho vinto questo premio è stato perché era speciale: alla giuria è sembrato giusto premiare un’ex allieva del maestro e io avevo meno di 30 anni, come previsto dal regolamento. Ma sarebbe stato impossibile proclamare vincitrice una donna di 20 anni se mi fossi trovata di fronte a liutai di 40 anni.
Il percorso per lavorare nella liuteria è quindi più complicato per una donna.
Sì. Se ho intrapreso soprattutto la strada dell'insegnamento, è stato perché non avevo molto tempo. Dovevo anche fare la spesa, prendermi cura dei miei genitori: tutte queste cose mi impedivano di avere un laboratorio.
Una donna che ha una famiglia non può gestire tutto, oppure deve essere appassionata e molto resiliente perché è estremamente difficile. Il peso che grava sulla condizione delle donne ci limita nelle nostre scelte. Devi avere una forza fenomenale per andare avanti. È sempre così per fare qualsiasi cosa.
Qualcuno ti ha ispirato questo desiderio di andare avanti nonostante gli ostacoli?
Penso a mia madre che, pur vivendo in un'epoca diversa, ha realizzato la sua passione, che era quella di creare abiti. Veniva da una famiglia molto patriarcale e, per uscirne, il suo unico rifugio era diventare sarta. Era uno dei pochi lavori che le donne potevano fare allora. Ogni giorno lei percorreva molti chilometri per andare a imparare da una sarta, il che le permetteva di uscire e avere un minimo di indipendenza.
Ricordo che lei rifioriva nel confezionare abiti e c'erano sempre donne che venivano in casa per le prove. È stato un vero toccasana. Il suo ambiente, in particolare suo marito, mio padre, era molto duro. Inconsciamente, forse mi ha ispirato.
N.b.: Il testo originale dell'articolo è in francese.

Gao Tong Tong, oggi direttore della Scuola di Liuteria nel Conservatorio di Pechino, in posa con il quartetto classico (prima della verniciatura) costruito nel 1995 sotto la guida della maestra Wanna Zambelli. Cremona, Scuola Internazionale di Liuteria. Foto: © 1995 Archivio Zambelli
Wanna Zambelli e la storia di un mestiere antico la cui tradizione viene tramandata da oltre quattro secoli
Wanna Zambelli è stata la prima liutaia diplomata presso quello che oggi è conosciuto come Istituto di Istruzione Superiore «Antonio Stradivari» e che all’epoca era la Scuola internazionale di liuteria di Cremona.
Istituita con un Regio Decreto il 21 settembre del 1938, la scuola è nata subito dopo i festeggiamenti per i 200 anni dalla morte di Stradivari, con l’intento di creare un centro di istruzione professionale di alta qualificazione nel campo della costruzione di strumenti ad arco e per mantenere la tradizione della scuola cremonese in questo ambito.
La giovane Wanna a neanche 14 anni, finite le medie, si è trovata a decidere a quale istituto tecnico o professionale iscriversi, ma lei, che abitava a Volongo, un paesino della provincia di Cremona, non aveva le idee chiare.
Così, quando un professore suo conoscente le suggerisce la scuola di liuteria, sempre alla ricerca di studenti, la ragazza, accompagnata dalla madre, visita l’istituto e si iscrive. È l’inizio, casuale, di una grande storia di dedizione e di una carriera ricca di successi.
La scuola internazionale di liuteria accoglieva studenti da tutto il mondo, i numeri erano davvero piccoli all’epoca, non erano in tanti interessati alla costruzione di violini, viole, violoncelli e contrabbassi.
“Appena cominciato, ho subito capito che mi sarebbe piaciuto moltissimo, mi ha sempre dato grande gioia poter creare, usare le mani per costruire – commenta Zambelli –. Gli insegnanti erano alcuni dei più grandi liutai, tra cui il maestro Francesco Bissolotti, il mio mentore, che mi ha fatto subito sentire a mio agio. La scuola durava quattro anni e quando sono arrivata c’erano soltanto 6 studenti il primo anno con me e un solo studente per ogni anno dal 2° al 4°. Nella mia classe eravamo in tre italiani, un israeliano, uno svizzero e un americano, questo per dire che la scuola è stata da subito internazionale, nonostante sia sempre stata pubblica”.
Per iscriversi non era richiesta alcuna conoscenza musicale e infatti Zambelli racconta che è stato a scuola che ha per la prima volta preso in mano un violino e seguito lezioni di musica.
“Durante i primi due anni ho preso confidenza con gli attrezzi da lavoro, imparando ad intagliare il legno; dal terzo anno in poi si cominciava a costruire uno strumento”, spiega la liutaia che ha terminato il suo primo violino all’età di sedici anni.
La tecnica di costruzione è la stessa dall’epoca di Stradivari, il famosissimo liutaio cremonese vissuto tra la seconda metà del 1600 e la prima metà del ‘700, i cui strumenti sono ricercati dai migliori musicisti internazionali ed esposti nei più importanti musei di tutto il mondo. Basti pensare che poche settimane fa uno dei suoi violini, lo ‘Stradivari Da Vinci-ex Seidel’, è stato messo all’asta per circa 20 milioni di dollari americani.
Gli strumenti vengono ancora costruiti dai liutai interamente a mano partendo da un pezzo di legno, impiegando almeno 200 ore – per un violino – e incollando all’incirca 72 parti. Un lavoro di passione e precisione.
“Credo che una delle caratteristiche necessarie per essere un bravo liutaio sia la pazienza” afferma Zambelli, che piegata sul banco da lavoro ha passato lunghe ore intagliando, misurando, incollando e verniciando i suoi strumenti.
Una volta ottenuto il diploma, Zambelli è stata invitata dal maestro Bissolotti a lavorare nella sua bottega, e un anno dopo, nel 1973, alla V Biennale Nazionale degli Strumenti ad Arco ha ottenuto il riconoscimento di "miglior liutaia sotto i 30 anni" con il conferimento della medaglia d'oro con targa del «Premio Simone Fernando Sacconi», un liutaio di fama internazionale, romano e cremonese di adozione, trasferitosi negli Stati Uniti.
In quegli anni, grazie anche all’influenza di Sacconi, l’arte della liuteria di Cremona ha cominciato a rivivere gli antichi fasti dell’epoca di Stradivari, vedendo moltiplicarsi le botteghe, così come il numero di studenti interessati a frequentare la Scuola di liuteria, dove Zambelli viene invitata ad insegnare. Qui, trascorrerà 44 anni trasmettendo la sua passione e competenza ai ragazzi ed essendo, ancora una volta, la prima insegnante donna.
“Mi piace molto fare gli strumenti, creare, ma insegnare ai ragazzi mi ha dato grande soddisfazione, era bello interagire con studenti provenienti da tutto il mondo, ho avuto anche uno studente australiano. Le classi erano piccole e chi frequentava aveva spesso età molto diverse fra loro, perché dall’estero si iscrivevano anche dopo aver frequentato le superiori o l’università; una volta mi ricordo di aver persino avuto uno studente in pensione”.
Gli strumenti vengono costruiti ancora con le stesse lavorazioni e tecniche di quattro secoli fa, ogni pezzo rimane quindi unico, così come il suono che produce. Per il violino si usano due legni diversi, a seconda della parte che si vuole produrre: l’acero dei Balcani serve per il fondo, le fasce e il manico, perché è un legno duro e per le sue caratteristiche estetiche. L’abete rosso delle Dolomiti, detto anche ‘abete di risonanza’, si usa invece per la tavola – la parte superiore della cassa.
Uno dei momenti più importanti della lunga carriera di Wanna Zambelli è stato quando Rocco Filippini, un famoso violoncellista, le ha chiesto di realizzare uno strumento per lui. Non deve essere stato facile costruire il violoncello per un musicista che suonava uno Stradivari del 1710, ma Zambelli ricorda: “Gli ho detto che non avrei cercato di fare una copia del suo Stradivari, ma avrei fatto uno strumento seguendo il mio stile e alla fine è rimasto molto contento”.

Wanna Zambelli. Foto: © 1974 Ezio Scarpini, Cremona




Il violoncellista Ermanno Gallini in concerto con il violoncello modello Antonio Stradivari "Piatti" 1720 costruito per lui, interamente a mano secondo il metodo classico cremonese, dalla maestra liutaia Wanna Zambelli nell'anno 1982.
Il fondo è in un sol pezzo di acero dei Balcani a taglio radiale, con bella marezzatura profonda degradante da sinistra a destra.
Fasce e riccio sono di acero simile al fondo. La tavola, di abete italiano, ha venatura di media grandezza.
La vernice all'origine è di colore rosso-arancione su fondo giallo.
Al collaudo la voce dello strumento è risultata di ottima qualità.

L'Anlai (Associazione Nazionale Liuteria Artistica Italiana) ha attribuito i Premi Anlai 2015, consegnati il 9 maggio nel Salone dei Quadri del Comune di Cremona, a quattro personaggi femminili di grande rilevanza.
Oltre alla famosa violista Anna Serova (a sinistra nella foto), presidente onorario del 9° Concorso Nazionale di Liuteria Anlai per strumenti ad arco, sono state premiate la violinista Fiorella Foti (in alto a destra), fondatrice, con il Mº Giuliano Carmignola, dell’Orchestra “Camerata Strumentale Veneta”, e la maestra Wanna Zambelli (in basso a destra), la “decana” delle liutaie cremonesi, prima donna italiana diplomata in liuteria, docente alla Scuola di Liuteria di Cremona dal 1974 ed ex allieva dei maestri liutai Pietro Sgarabotto, Francesco Bissolotti e Simone Fernando Sacconi.
Il Premio Anlai 2015 è stato assegnato anche alla violoncellista Silvia Chiesa (nella foto sotto), che ha conquistato pubblico e critica grazie a una brillante carriera solistica che la colloca tra le interpreti italiane più apprezzate al mondo.


Nella foto: Alexander Krylov. Nato a Eisenach (Germania) nel 1948, si è diplomato in violino all'Accademia di Musica di Mosca. Nel 1973 ha conseguito il diploma di liutaio presso la Scuola Internazionale di Liuteria di Cremona (un anno dopo Wanna Zambelli), allievo di Pietro Sgarabotto, Francesco Bissolotti e GioBatta Morassi.
Amico di Wanna, con lei andava a pescare in riva al fiume Oglio, in quel di Volongo (Cremona), paese natale della Zambelli.
Vincitore di numerosi concorsi, è stato membro di giurie di concorsi liutari in URSS, in Cecoslovacchia e, nel 1985, a Cremona. Sino al 1982 è stato presidente del Consiglio liutario del Ministero della Cultura dell'URSS. Ha collaborato al catalogo della mostra di Cremona: Stradivari e i liutai cremonesi in URSS (1988). Ha formato in Russia una quindicina di allievi.
Dal 1985 si è trasferito definitivamente a Cremona, dove è deceduto nel 1999.
Il figlio Sergej Krilov è oggi un acclamato violinista e un direttore d'orchestra di fama internazionale.
In conclusione, la maestra Wanna Zambelli rappresenta una figura poliedrica e fondamentale nella storia della liuteria cremonese. Il suo percorso, iniziato con il pionieristico diploma come prima donna italiana alla Scuola Internazionale di Liuteria, è proseguito con una lunga e influente carriera nell'insegnamento, un profondo impegno nella salvaguardia del metodo classico e un significativo contributo alla documentazione dell'eredità di Simone Fernando Sacconi.
La sua voce autorevole si fa sentire anche nelle riflessioni sulle sfide contemporanee della liuteria cremonese, con proposte volte a tutelare la qualità e l'autenticità di questa tradizione secolare. Wanna Zambelli non è solo una testimone, ma una protagonista attiva nella continua narrazione della ricca tradizione liutaria di Cremona, unendo la maestria artigianale alla passione per la trasmissione del sapere e alla visione per il futuro di quest'arte.
La sua voce, che si leva a difesa della qualità e dell'autenticità della liuteria cremonese, sottolinea il suo profondo legame con il territorio e la sua preoccupazione per il futuro di quest'arte. Wanna Zambelli lascia un'eredità duratura, non solo come abile artigiana ma anche come figura che ha saputo rompere barriere e ispirare nuove generazioni, contribuendo a mantenere viva la tradizione della liuteria classica cremonese. La sua figura rappresenta dunque un punto di riferimento nella liuteria contemporanea, unendo la fedeltà alla tradizione con una sensibilità artistica e una dedizione che l'hanno resa una delle più rispettate artigiane del settore.
La sua è una produzione di strumenti molto limitata, ma assolutamente esclusiva per la ricerca costante della perfezione. Esiste la formula in grado di spiegare e riprodurre un modo di essere donna e artigiana che colloca Wanna Zambelli ai vertici della liuteria mondiale? Se esiste, lo descrive lei stessa: figlia di artigiani è stata cresciuta avendo come esempio la creatività, la professionalità e la responsabilità del lavoro autonomo. Arrivata alla liuteria quasi per caso, non certo per scelta predeterminata, ha trasmesso ai suoi strumenti e ai suoi numerosi allievi la sua esperienza, il suo amore per l’artigianato e la sua personalità. E questo le ha consentito di diventare – e di rimanere per anni – una delle rare donne tra i quotati maestri della sua arte.
Attraverso i suoi strumenti, il suo insegnamento e la sua difesa del metodo classico cremonese, Zambelli continua a esercitare una profonda influenza sull'arte della liuteria, consolidando la posizione ineguagliabile di Cremona come cuore della costruzione di violini a livello mondiale.
La figura di Wanna Zambelli offre spunti di riflessione profondi. Il suo carattere "schivo" e la sua decisione di astenersi dalle competizioni dopo una vittoria giovanile contrastano con gli importanti onori pubblici ricevuti e la venerazione dei suoi studenti.
Questa apparente contraddizione rivela che, nel mondo cremonese, l'autorità e il prestigio non si costruiscono sull'autopromozione, ma sull'eccellenza silenziosa e costante del proprio lavoro e sulla generosità dell'insegnamento. La sua influenza è profonda proprio perché basata sulla sostanza.
In sintesi, Wanna Zambelli non solo incarna l’eccellenza artigiana e la trasmissione del sapere, ma è una testimone vivente della rinascita della liuteria cremonese, custode di un sapere e di un saper fare liutario che dal 2012 è riconosciuto dall’UNESCO come patrimonio immateriale dell’umanità.