Il Maestro Sacconi
nella testimonianza
della liutaia
Wanna Zambelli
per il libro «Dalla liuteria alla musica:
l'opera di Simone Fernando Sacconi»

Cremona, 29 giugno 1985

Sul Maestro Sacconi, Wanna Zambelli ha rilasciato questa testimonianza nella pubblicazione internazionale «Dalla liuteria alla musica: l’opera di Simone Fernando Sacconi» da lei promossa, insieme al maestro liutaio Francesco Bissolotti, e presentata ufficialmente il 17 dicembre 1985 alla Library of Congress di Washington, DC:

Ho visto per la prima volta Simone Fernando Sacconi nel 1968, alla Scuola di Liuteria di Cremona, dove allora frequentavo il primo anno di corso. Me lo ricordo attorniato dai pochi allievi della Scuola (eravamo una decina in tutto) incuriositi e attentissimi alle sue spiegazioni. Già molto prima del suo arrivo, si era creato un clima di grande attesa, come se la sua visita fosse un evento eccezionale, importantissimo. E mi chiedevo chi fosse mai questo grande esperto, che veniva dall’America con la fama di aver riparato tantissimi strumenti antichi. Avrei voluto parlargli, ma essendo solo agli inizi, del tutto inesperta e timorosa, non ne ho avuto il coraggio. Con lui ho parlato invece in occasione di una sua successiva visita alla Scuola, nel 1971; ricordo che passando fra i banchi da lavoro si fermò anche al mio, guardò con interesse il violoncello che stavo costruendo e mi diede preziosi suggerimenti.

Dopo di allora l’ho incontrato nella bottega del maestro liutaio Francesco Bissolotti, dove, terminata la Scuola, ho perfezionato la mia preparazione negli anni dal 1972 al 1975. Ed è stato appunto tra l’estate e l’autunno del 1972 che ho avuto la possibilità di cono­scere Sacconi, di apprendere da lui soprattutto quel grande amore per la liuteria che ancor oggi è per me una ragione di vita. Me lo ricordo al banco da lavoro intento, con Bissolotti, alla costruzione di un violino ispirato al modello dello Stradivari «Il Cremonese 1715», costantemente attorniato da persone che lo assillavano con domande e con richieste di chiarimenti e pareri. Stava preparando in quei mesi il suo libro «I ‘Segreti’ di Stradivari» e chi lo aiutava nella stesura veniva quasi ogni giorno da lui. Era così indaffarato che dopo qualche tempo, per poter lavorare con più calma e maggiore concentrazione, al pomeriggio cominciò a venire in laboratorio prima dell’orario previsto, quando ancora non c’era nessuno, tranne me che, arrivando ogni mattina da fuori Cremona, passavo l’intervallo appunto nel laboratorio, con qualche panino. È stato in quei momenti soprat­tutto che ho avuto modo di imparare da lui. Gli parlavo con natura­lezza, sicura che avrebbe capito al volo il significato delle mie domande, anche le più rozze e imprecise, sicura che avrebbe soddi­sfatto le mie curiosità, anche le più sciocche. La sua affabilità, la sua grande disponibilità (e di tempo ne aveva pochissimo!) mi facevano superare la naturale ritrosia, il carattere chiuso e scontroso che, a detta di tanti, faceva allora di me un soggetto difficile da trattare. Con Sacconi riuscivo a comunicare con immediatezza, senza timori; parlava con me, che in fondo ero l’ultima arrivata, come se parlasse con un suo collega o con un famoso violinista; mi spiegava le cose con semplicità, con una chiarezza che me le rendeva quasi ovvie. Ho capito più tardi che, oltre che un grande liutaio, era innanzitutto un grande uomo.

Ciò che mi colpiva in lui era anche quel suo interesse smisurato, quella sua mania per Stradivari, una sorta di fanatismo. Una cosa che trovavo strana – e di cui soltanto più tardi ho potuto sperimentare l’importanza – era il fatto che, durante la lavorazione de «Il Cremonese», Sacconi costruisse appositamente e usasse ferri ed attrezzi uguali a quelli a suo tempo utilizzati da Stradivari. Perché, mi chiedevo, dal momento che gli utensili che usavamo allora da Bissolotti sembravano più moderni? Mi sono poi resa conto che in effetti, anche se apparentemente più rozzi di quelli moderni, quei ferri erano più funzionali, più pratici, soprattutto se si volevano ottenere determinati risultati.

Un giorno, con Bissolotti e Andrea Mosconi, andammo in ospedale – dove lui assisteva la moglie Teresita, che vi era ricoverata – portando una tavola di violino nella quale avremmo dovuto praticare i buchi delle «ff» di riso­nanza (gli occhi delle «ff») sperimentando l’uso di piccoli attrezzi che Sacconi stesso aveva realizzato sulla falsariga di quelli di Stradivari. Nessuno voleva provare per paura di rovinare la tavola e così lui, dopo avermi spiegato esattamente il procedimento, disse a me di fare il primo buco, anche perché, essendo la meno esperta, avrei avuto minore responsabilità. L’operazione riuscì a meraviglia.

Oltre alla costruzione di attrezzi, nel laboratorio di Bissolotti, e con il suo aiuto, Sacconi aveva anche iniziato la preparazione di una nuova vernice, che voleva simile a quella di Stradivari e il cui procedimento ha poi minuziosamente descritto nel suo libro; era costantemente alla ricerca di sostanze naturali, di resine introvabili, era una sperimentazione continua. E mi parlava di liuteria anche mentre alcune volte lo accompagnavo, con la mia Fiat 500, a trovare Teresita all’ospedale. Ricordo che all’inizio era un po’ una tragedia, perché lui non si fidava affatto a salire su una macchina così piccola, che avrebbe potuto incastrarsi in qualsiasi buco. Ma poi, per necessità, ha dovuto rischiare e non l’ho mai sentito lamentarsi dell’autista.

Ero affascinata dal suo grande amore per gli strumenti antichi; li amava più di qualsiasi altra cosa; quando li prendeva in mano sembrava quasi che li accarezzasse, eppure li maneggiava normalmente, anche con una certa forza. Parlava degli strumenti chiamandoli per nome, come se fossero persone, e ne ricordava tutti i particolari, aveva una memoria incredibile. Diceva che avrebbe voluto scrivere un libro anche sul restauro, nel quale spiegare tutte le sue tecniche perfezionate per anni presso la Casa Herrmann e poi da Wurlitzer (N.d.r.: grandi case di restauro a New York); purtroppo, non ne ha avuto il tempo.

Avrebbe voluto che io andassi con lui in America ad imparare il restauro, ma mi sentivo allora troppo inesperta ed insicura, m’ero convinta che non sarei mai riuscita a dimostrarmi all’altezza della stima che aveva per me. Ho rinunciato per timore di deluderlo, ma anche perché forse mi sentivo più attratta dalla costruzione degli strumenti nuovi, pur comprendendo quanto emozionante po­tesse essere il lavoro del restauratore. Le ricerche condotte da Sacconi, i suoi esperimenti sulle ver­nici – cui ho assistito nel laboratorio di Bissolotti – le sue spiegazioni tecniche anche di fatti particolarissimi o apparentemente insignificanti mi hanno fatto capire come dopo Stradivari si siano andati via via complicando, a scapito della qualità, procedimenti e sostanze che erano originariamente semplici e naturali; ed è appunto quella semplicità e quella qualità che Sacconi, nella vastità delle sue conoscenze ed esperienze, ha voluto recuperare.

Sacconi non è stato il mio maestro, ma i mesi che ho trascorso con lui ed il grande amore per la liuteria che ha saputo trasmettermi mi faranno per sempre rimpiangere di non essere stata più a lungo sua allieva.

Cremona, 29 giugno 1985

Tratto dal libro: «Dalla liuteria alla musica: l’opera di Simone Fernando Sacconi», presentato ufficialmente il 17 dicembre 1985 alla Library of Congress di Washington, D.C. (Cremona, ACLAP, prima edizione 1985, seconda edizione 1986, pagg. 170-172 - Italian / English).


The Maestro Sacconi
in the testimony of the violinmaker
Wanna Zambelli
to the book
«From Violinmaking to Music: The Life

 and Works of 
Simone Fernando Sacconi»

Cremona, June 29, 1985


I saw Simone Fernando Sacconi for the first time in 1968 at the School of Violinmaking in Cremona, where I was then in my first year. I remember him surrounded by the small number of students in the School (we were about ten, in all), curious and most attentive to his explanations. Already long before his arrival a climate of great expectation had been created, as if his visit were an exceptional, terribly important event. And I asked myself who this great expert might be, that came from America with the reputation of having repaired an enormous number of antique instruments. I would have liked to talk with him, but being just a beginner, completely green and timid, I lacked the courage. Instead, I talked with him in 1971 during one of his later visits to the School; I remember that as he passed among the work benches, he stopped at mine, too, looked with interest at the cello I was making, and gave me very valuable suggestions.

After that, I encountered him in the shop of master violinmaker Francesco Bissolotti, where I did my specialization from 1972 to 1975 after having finished the School. It was, in fact, in the summer and fall of 1972 that I had the chance to get to know Sacconi, to learn from him above all that great love for violinmaking which for me is still today a reason for living. I remember him at the bench with Bissolotti, intent on the construction of a violin modeled after the 1715 Stradivarius called «The Cremonese», constantly surrounded by people who bombarded him with questions and requests for explanations and for his opinion. During those months he was preparing his book, The 'Secrets' of Stradivarius, and the person who was helping him write it up came to him almost every day. He was so busy that at a certain point, in order to be able to work with greater calm and concentration, he began to come to the laboratory earlier than expected in the afternoons, when there was no one there but me; as I came every day from outside Cremona, I had a sandwich in the laboratory during the lunch break. It was especially in those moments that I had the chance to learn from him. I talked freely with him, feeling sure that he would understand what I asked him even if my questions were rough and imprecise, and that he would satisfy my curiosity down to the silliest little details. His kindness and great willingness to give me attention (and he had so little time!) helped me over my shyness, uncommunicative character and seeming touchiness, which many people have told me made me very difficult to deal with then. With Sacconi, I managed to communicate without hesitation or fears; he talked with me, the last one on the totem pole, as if he were talking with one of his colleagues or with a famous violinist; he explained things to me with great simplicity, with a clarity that rendered them almost obvious. I understood later that besides being a great violinmaker, he was above all a great man.

Another thing which struck me about him was his unlimited interest, his mania for Stradivarius, a sort of fanaticism. One thing that seemed strange to me – and it was only later that I experienced its importance – was the fact that during the work on the copy of «The Cremonese» Stradivarius, Sacconi made and used tools and implements like those Stradivarius used in bis day. I asked myself why, when the utensils we were using at the time in Bissolotti's shop seemed more modem. Then I realized that although apparently more primitive than the modern ones, those tools were more functional, more practical, especially if one wanted certain results. One day Bissolotti, Andrea Mosconi and I went to the hospital – where Sacconi was taking care of his wife Teresita, who was recovered there – taking with us the belly of a violin in which we were to make the resonance f-holes (the eyes of the f-holes) experimenting the use of little tools that Sacconi, himself, had made copying those of Stradivarius. No one wanted to run the risk of ruining the belly, so after he explained exactly how to do the job, he told me to make the first hole, because as the least expert of the group I also had less responsibility. It worked marvellously.

In addition to the construction of implements, Sacconi worked with the help of Bissolotti in his shop preparing a new type of varnish, which he wanted to be similar to the one used by Stradivarius; in his book he described every detail of the procedure they used. He was constantly in search of natural substances, of resins that were impossible to find – it was one continuous experiment. He also talked with me about violinmaking the times I drove him in my little Fiat 500 to see Teresita in the hospital. I remember that at first it was a somewhat tragic situation, because he didn't trust my tiny car one bit, thinking it could wind up stuck in some hole. But out of necessity he had to take the risk, and I never heard him complain about the driver.

I was fascinated by his great love for antique instruments; he loved them almost more than anything else. When he picked them up, it seemed almost as if he were caressing them, and yet he handled them normally, and even with a certain force. He spoke of instruments calling them by name, as if they were people, and he remembered every detail about them – he bad an incredible memory. He said that he would have liked to write a book about restoration, too, in which he would have explained all the techniques he perfected over the years while working for the Herrmann Company, and then for Wurlitzer; unfortunately, he didn't have time to do it.

He would have liked for me to come with him to America to learn restoration, but I felt at the time that I bad too little experience, and I was also insecure and convinced that I would never have been able to live up to the esteem he had for me. I gave up the opportunity for fear of deluding him, but perhaps also because I was more attracted to the construction of new instruments, even though I understood how moving the work of a restorer could be. Sacconi's research, his experiments with varnish – which I followed in Bissolotti's laboratory – his explanations of techniques and also of apparently insignificant details made me understand how things have gotten little by little more complicated since Stradivarius's time; this process has lowered the quality of procedures and substances which were originally simple and natural; and it is that very simplicity and quality that Sacconi, with all his vast knowledge and experience, wanted to recuperate.

Sacconi was not my teacher, but the months that I spent with him and the great love for violinmaking that he managed to transmit to me will make me regret ever since I was his pupil. 

Cremona, June 29, 1985

Taken from the book: «From Violinmaking to Music: The Life and Works of Simone Fernando Sacconi», officially presented on December 17, 1985 at the Library of Congress in Washington, D.C. (Cremona, ACLAP, first edition 1985, second edition 1986, pages 172-174 - Italian / English).